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Perché le persone sono più infelici, anche se il mondo migliora

Per chi, come me, osserva il comportamento umano, è frequente notare come negli ultimi decenni una gran quantità di persone appaia sempre più insoddisfatta, frustrata o infelice; e ciò nonostante in media il mondo vada sempre migliorando (per chi invece è convinto che il mondo sia peggiorato, suggerisco la lettura del post in cui dimostro obiettivamente come in passato si stava peggio).


Perché ci sentiamo più infelici

Da dove nascono questi stati d'animo irrazionali e spesso slegati dalle condizioni oggettive? Di seguito elenco quelli che mi sembrano le cause più probabili e diffuse (poi ovviamente ogni persona potrà averne di proprie). Alcune di queste sono parte della natura umana (e quindi sempre esistite), altre invece paiono legate alla modernità.

  1. Vogliamo sempre di più
  2. Abbiamo aspettative troppo elevate, o irreali
  3. Ci concentriamo sul negativo
  4. Non ci sappiamo accontentare
  5. L'abbondanza non ci appaga: ci rende incontentabili

1. Vogliamo sempre di più

In altro post ho trattato questa caratteristica tipicamente umana (non esiste in altri animali), una ambizione mai sazia che ci porta a ricercare sempre nuove e maggiori soddisfazioni. Questo non è un male in sé (è questa ambizione che ha prodotto l'evoluzione della nostra specie), però comporta una costante insoddisfazione: qualsiasi cosa acquisiamo - materiale o emozionale - dopo un po' non ci appaga più e partiamo alla ricerca di altro e di più.
Ma invece di riconoscere che è questa ambizione a renderci eternamente insoddisfatti, tendiamo a darne la colpa a cause esterne (non guadagniamo abbastanza, al nostro partner manca X, la società dovrebbe essere Y, il mondo non è Z, ecc.). Con questo atteggiamento, qualsiasi soddisfazione avrà breve durata.

2. Abbiamo aspettative troppo elevate, o irreali

Questo mi sembra un aspetto meno innato e più recente, diffuso soprattutto negli ultimi 40 anni (dall'"edonismo reaganiano" degli anni '80 in poi). La conseguente esaltazione dell'individuo e la ricerca della soddisfazione personale acritica, alimenta la tendenza egoica presente in tutti noi ("Io io IO!") ed attenua il confronto con la realtà.
Non ci viene più detto, come accadeva un tempo, "Non ti montare la testa" o "Hai troppi grilli per la testa"; anzi, veniamo spesso incoraggiati a puntare in alto, a non accontentarci (vedi punto 4), a pretendere il meglio. Di conseguenza ci aspettiamo che sia la realtà ad adeguarsi a noi, piuttosto che il contrario.

Non è il Paese dei Balocchi

Tra le aspettative più ingannevoli ci sono quelle per cui: la felicità è un diritto, nessuno dovrebbe soffrire, i problemi non dovrebbero esistere. Ma queste sono utopie: in realtà la vita è dura per tutti (per ciascuno in modi diversi), o per usare le parole del Budda: "La vita è sofferenza". L'esistenza è "darwiniana", cioè premia il più adatto; non è equa o morale. Negare questi fatti inevitabili vuol dire credere al "Paese dei Balocchi", dove c'è solo piacere e nessun dolore.

Aspettative femminili

Le aspettative irreali sembrano particolarmente diffuse tra le donne: col femminismo (che dagli anni '70 è diventato sempre più pervasivo) da una parte, ed i media che appoggiano le rivendicazioni femminili dall'altra, alle donne viene detto in continuazione "Puoi essere quello che vuoi", "Puoi avere tutto" ("Women can have it all"), "Tutte le donne sono belle", "Ogni donna merita di essere amata", ecc. (messaggi simili rivolti agli uomini sono rari o assenti).

La realtà non si adatta a noi

Purtroppo la realtà non è fatta a nostra misura, né ha la scopo di renderci felici. E di certo non si adatta a noi; sarebbe come aspettarsi che il sole splenda alle tre di notte perché ho freddo, o la pioggia smetta perché mi rovina il weekend. Questi sono "deliri di onnipotenza", segno di immaturità o scarso realismo.
Eppure, oggi è frequente vedere:
  • Persone che non hanno voglia di studiare o di espandere le proprie capacità professionali, eppure ambiscono a posizioni prestigiose (e nell'attesa magari restano a carico dei genitori).
  • Individui o gruppi che rivendicano maggiori diritti (ma senza mai parlare di corrispondenti doveri), oppure che si aspettano di ricevere cose senza dare nulla in cambio. Solo "perché esistono", e quindi il mondo dovrebbe loro qualcosa (vedi anche al punto 5).
  • Donne che vogliono un partner "di alto valore", anche se loro offrono molto meno di quanto pretendano. Oppure convinte che ogni donna meriti un "Principe Azzurro": peccato che il Principe Azzurro non esiste, ed anche se ci fosse sarebbe molto raro, per cui il 99% delle donne resterebbe comunque a bocca asciutta.
  • Uomini comuni che ambiscono a donne bellissime o modelle, e se la prendono perché tali donne li ignorano (com'è ovvio, poiché il loro "alto valore di mercato" consente di avere ben di meglio).

Tutti questi esempi hanno in comune aspettative esagerate rispetto a quanto essi possano offrire, oppure slegate da come funziona la realtà (i diritti di qualcuno corrispondono a doveri di altri; non si può avere qualcosa in cambio di niente). Chi coltiva tali aspettative non raggiungerà mai ciò che desidera, e resterà quindi sempre insoddisfatto, frustrato ed infelice. Ma invece di riconoscere che il problema risiede nelle proprie aspettative, tenderà a dare la colpa ad altri e/o credere che sia il mondo ad essere "fatto male".

3. Ci concentriamo sul negativo

La mente tende a concentrarsi sulle cose negative (generando ansia, insoddisfazione o malessere) e trascurare quelle positive. Questo ha una ragione evolutiva (ci aiuta ad evitare i pericoli e sopravvivere); ma ci porta anche a focalizzarci su quello che ci manca o che non funziona o che ci fa soffrire - che quindi ci appare maggiore di quanto realmente sia - ed invece sottovalutiamo gli aspetti positivi, piacevoli e benefici della nostra esistenza.
Se proviamo ad elencare gli elementi positivi nella nostra vita, scopriamo che sono tantissimi (anche cose banali ma essenziali come l'acqua potabile o un tetto sulla testa). In confronto, gli elementi negativi sono solitamente minori. Ma finché non facciamo questo confronto, ci sembrerà che gli aspetti negativi siano predominanti.

4. Non ci sappiamo accontentare

"Accontentarsi" non vuol dire "rassegnarsi"; bensì "essere contento di ciò che si ha". Poiché nessuno è perfetto od onnipotente, è normale non avere tutto ciò che vorremmo; vale per chiunque. Per cui la contentezza, l'appagamento, derivano necessariamente dal saper apprezzare e godere la propria condizione, anche se limitata e imperfetta.
Questo non impedisce l'ambizione verso un futuro migliore, ma ci consente di godere del momento presente. Invece, senza la capacità di accontentarmi resterò eternamente insoddisfatto, perché nulla sarà mai abbastanza; sarò sempre divorato dall'ambizione (punto 1) e concentrato su nuovi traguardi. Non saprò godermi il presente; la mia mente sarà sempre rivolta verso un (ipotetico) domani migliore. Ma quando quel domani migliore arriverà (ammesso che accada), non me lo godrò perché - di nuovo - la mia mente starà ancora correndo più avanti...

Questo aspetto sembra esasperato dalla cultura moderna (specialmente occidentale), che promuove un miglioramento continuo (anche attraverso i media e la pubblicità) e dipinge l'accontentarsi come una cosa da perdenti o sfigati. Ovviamente, un consumatore "che non si accontenta" (concetto promosso da diversi slogan) sarà un cliente che spende molto e sempre di più, quindi molto gradito alle aziende.

5. L'abbondanza non ci appaga: ci rende incontentabili

E' diffusa la convinzione che "avere di più" - in qualsiasi ambito - ci renderà più felici: più soldi, più oggetti, più viaggi, più varietà, più successo, più bellezza, più sesso, più approvazione, ecc. Ma osservando il comportamento umano, ci si rende conto che succede spesso il contrario:
  • Meno abbiamo, e più siamo in grado di apprezzare quello che abbiamo, o quello che acquisiamo.
  • Più abbiamo, e più tendiamo a svalutare ciò che abbiamo, o a dare poco valore alle nuove acquisizioni.
Se ho tre amici, oppure dieci libri o CD, ognuno di loro sarà per me prezioso, lo conoscerò a fondo, assaporerò ciò che mi offre. Ma se ho cento amici, oppure mille libri o CD, ricorderò a fatica quali sono, ne avrò una conoscenza superficiale, e l'uno o l'altro non faranno per me grande differenza. Idem per le esperienze: un'esperienza rara sarà speciale, una frequente diverrà banale routine.

In altre parole, la sovrabbondanza non aumenta la soddisfazione; invece svaluta il valore di ogni cosa. E' anche da questo che nasce la nostra insoddisfazione: la maggior parte di noi vive in una tale abbondanza che ciò che abbiamo perde di significato, e quindi non può appagarci.

N.B.: Questa non è una celebrazione della miseria: non è che la scarsità renda felici. Però è importante riconoscere che l'abbondanza è meno appagante di quanto crediamo, e può anche essere controproducente.

Più otteniamo, più ci aspettiamo

Questo fenomeno sta diventando vistoso anche a livello socio-politico. Come osserva un articolo del settimanale britannico The Economist, i crescenti interventi dei governi a favore della popolazione (per esempio nel periodo Covid) non hanno prodotto cittadini soddisfatti ma, al contrario, li hanno resi pretenziosi e incontentabili: "Dietro ogni sguardo torvo si cela una logica semplice: qualcosa è andato storto e qualcun altro dovrebbe intervenire. La gente non è mai stata così arrabbiata con il governo, eppure non si è mai aspettata di più da esso. Se lo Stato ha potuto pagare milioni di lavoratori per restare a casa, perché non può pagare (di nuovo) la mia bolletta del gas? I cittadini [...] pretendono una ricompensa ma rifiutano i rischi." ("How Britain became a Compo Nation", 12/03/2026).
Come ben sanno gli psicologi infantili, soddisfare ogni richiesta di un bambino non lo rende felice bensì produce un individuo viziato, incontentabile ed incapace di sopportare qualsiasi frustrazione. Pare che ciò valga anche per gli adulti.

“La sovrabbondanza
non aumenta la soddisfazione;
invece svaluta ogni cosa”

Perché siamo infelici anche se il mondo migliora

Dati gli atteggiamenti psicologici sopra elencati, molto diffusi, appare ovvio che molte persone non trovino mai soddisfazione ed anzi vivano in perenne infelicità. Non necessariamente perché le loro condizioni oggettive siano davvero scadenti o in peggioramento (come accennato all'inizio, e come risulta da numerose ricerche, mediamente le condizioni di vita sono migliorate nel tempo - anche se ci sono sempre crisi o nuovi problemi). Bensì perché sono preda di schemi mentali che gli impediscono di apprezzare la loro situazione, ed invece inseguono traguardi idealistici o irraggiungibili.
Con tale mentalità, anche se il mondo migliorasse significativamente, le loro insoddisfazioni ed infelicità continuerebbero, perché:
  1. Vorrebbero ancora di più, comunque vada.
  2. Le loro aspettative aumenterebbero ancora.
  3. Continuerebbero a focalizzarsi sul negativo.
  4. Non si accontenterebbero comunque.
  5. La nuova abbondanza li renderebbe ancora più esigenti, invece che appagati.

Per cui la soluzione a tale insoddisfazione non risiede nel mondo (che certamente si può migliorare, ed infatti moltissimo è stato fatto in questo senso); bensì nel cambiare quegli schemi mentali che generano insoddisfazione a prescindere dalle condizioni oggettive.

Il potere della negazione

Ma come mai, anche di fronte a spiegazioni come queste, costoro le rifiutano e si ostinano a rimanere nelle loro convinzioni pessimistiche? La ragione primaria è che, in tal modo, rifiutano la responsabilità del proprio malessere, ed invece ne attribuiscono la causa ad altri. E' una specie di alibi protettivo: è sempre un sollievo dare la colpa ad altri. Ma di cause ce ne sono diverse, che ho esaminato nel post "Perché credi che il mondo peggiori, ma ti sbagli".

Insoddisfatti in amore

Queste dinamiche valgono in generale, ma mi sembrano particolarmente presenti in ambito sentimentale. Infatti vediamo che:
  • Sempre più persone si ritrovano da sole, o si lamentano di non trovare mai un partner adeguato (*).
  • Ci si sposa sempre meno, ed oltre il 40% dei matrimoni finisce (in Europa). Da notare che nel 70% dei casi è la donna a chiedere il divorzio (*).
  • Le persone fanno meno sesso di 30 anni fa.
  • Si diffonde il fenomeno "incel" ("celibi involontari", ovvero persone - in maggioranza uomini - che non sono voluti da nessuno) (*).

(*) In questi casi ciò sembra dovuto, almeno in parte, ai fattori sopra elencati: ambizioni romantiche idealizzate, aspettative eccessive, scarsa capacità di accontentarsi, sovrabbondanza di opportunità teoriche (specialmente grazie a dating online e app di incontri). Questo vale in particolar modo per le donne - poiché possiedono un "potere sessuale" che i maschi non hanno - ma influenza anche molti uomini.

Infelicità oggettiva... o soggettiva?

Certo, a volte una persona è infelice per motivi reali. Come già detto, spesso "la vita è sofferenza", e non ha senso negarlo. Ma in tanti altri casi vedo lamentele meno fondate, o che sono smentite da una visione storica oggettiva. In altre parole, a volte l'infelicità o la sofferenza hanno motivazioni reali, ma altre volte sono invece frutto di illusioni o auto-inganno.

In conclusione, nonostante la vita sia più facile e abbondante di un secolo fa, od anche solo di 50 anni fa, questo mediamente non ci ha reso più felici o soddisfatti, ma spesso ci rende più esigenti e quindi frustrati. I miglioramenti rispetti al passato sono numerosi e reali, ma molti non sanno apprezzarli ed invece si concentrano solo su ciò che manca o va male.
E' questo che rende così tante persone insoddisfatte o infelici, piuttosto che le reali condizioni della loro vita. Molto spesso l'infelicità scaturisce da un'errata valutazione della realtà; in questi casi la soluzione sta nell'adottare una visione più obiettiva e costruttiva, riconoscendo i tanti aspetti positivi e gli innumerevoli miglioramenti rispetto al passato.

"L'uomo è infelice perché incontentabile."
(Giacomo Leopardi)

"L'infelicità è il divario tra le nostre capacità e le nostre aspettative."
(Edward de Bono)

"Le cose che una generazione considera un lusso, la generazione successiva le considera necessità."
(Anthony Crosland)


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Persone negative: come riconoscerle e gestirle

A volte ci troviamo ad avere a che fare con persone - o partner - impegnativi, con cui risulta difficile andare d'accordo o farli contenti, o con cui si entra facilmente in conflitto anche per inezie; al punto che magari dubitiamo di essere noi quelli "sbagliati", o la causa dei problemi. Certo a volte potrebbe essere vero, oppure dipendere da scarsa compatibilità (in fondo non possiamo piacere a tutti, e non possiamo andare d'accordo con tutti).

Ma esiste un'altra possibilità, che voglio esaminare qui: quella di avere a che fare con una "persona negativa", cioè qualcuno così ferito e problematico da:
  • lamentarsi e criticare spesso e volentieri (anche su inezie);
  • esagerare i problemi (o inventarseli);
  • che reagisce male anche quando non ce ne sarebbe ragione;
  • che spesso interpreta in modo negativo anche azioni positive (un complimento, un suggerimento, un abbraccio...);
  • e con cui è praticamente impossibile avere una relazione positiva e serena (tranne che in rari momenti).
A volte una relazione con questo tipo di persone inizia bene, o addirittura in modo entusiastico; spesso sanno essere coinvolgenti o seduttivi - almeno agli inizi. Ma entro breve tempo il vero carattere di queste persone emerge, e la frustrazione supera presto il piacere.
Un tipo particolare di persona negativa è il "vampiro emozionale", ovvero qualcuno che "succhia" l'energia altrui: ha continuo bisogno d'attenzione, parla quasi sempre di se stesso, tende al dramma e si lamenta che gli altri non lo capiscono, non lo considerano, o lo trattano male - ma tutto ciò che gli accade non è mai colpa sua.

Se ci capita di relazionarci con persone di questo tipo (sia a livello di amicizia che sentimentale), è bene saperle riconoscere in modo da capire la vera origine delle difficoltà, il perché si comportino in tale modo (anche quando appare immotivato), e magari provare a gestire la loro negatività.

“Un tipo di persona negativa
è il vampiro emozionale, ovvero
chi succhia l'energia altrui”

Chi è una persona negativa?

Queste persone non sono mai davvero contente, o lo sono solo per brevi rari momenti: il loro standard è sentirsi insofferenti e lamentarsi di qualcosa. Hanno un malessere interno (che si esprime in negatività) così preponderante da dominarle.
Questo malessere può venire negato attraverso il tenersi impegnati, oppure venire attribuito all'esterno: "Sto male a causa di Tizio/a", "... perché mi hanno fatto X e Y", "... perché il mondo fa schifo", ecc. Difficilmente queste persone ammettono che il loro malessere è interno: preferiscono dare le colpe agli altri, o all'ambiente, e negano la propria responsabilità.

Negative loro malgrado

Chiariamo subito che non sta parlando di persone cattive o malvage:
  • Queste ultime sono distruttive in modo intenzionale, e magari ne traggono anche piacere.
  • Mentre quelle che definisco "negative" lo sono senza intenzione consapevole, ne soffrono, e sono spesso le prime vittime del proprio comportamento. Anche quando tengano sinceramente a qualcuno, possono finire col rovinare la relazione coi loro atteggiamenti, e quindi ritrovarsi abbandonate e soffrirne loro malgrado.

Teniamo quindi presente che la vittima principale è la persona negativa stessa. Costei vive infatti prigioniera di una specie di "inferno mentale", di cui in genere non si rende conto e da cui non sa uscire. Lo scopo di questo post non è quindi condannare tali persone, quanto aiutare gli altri a capirle; nonché aiutare loro stesse a riconoscersi ed - eventualmente - cercare aiuto per uscire da questa condizione.


Come riconoscere le persone negative

Naturalmente quasi mai una persona sarà negativa o positiva al 100%. Possiamo quindi considerare "negativo" chi presenta una maggioranza degli attributi descritti di seguito, o che li manifesta la maggior parte del tempo.
  1. Si lamentano di frequente
  2. Prendono le cose troppo sul serio, o in modo personale
  3. Fanno critiche ma non sanno riceverle
  4. Vogliono l’impossibile
  5. L'amore che ricevono non è mai abbastanza
  6. Si paragonano spesso agli altri
  7. Si arrendono davanti alle difficoltà
  8. Hanno una serie di problemi di salute

1. Si lamentano di frequente

Tutti ci lamentiamo qualche volta; è umano ed aiuta a scaricare la frustrazione. Lamentarsi diventa però un problema quando è uno stile di vita: si perde l'obiettività e quasi tutto viene percepito come negativo, sgradevole, inaccettabile. Non si vedono più sfumature e possibilità alternative. L’attenzione si concentra sulle frustrazioni (per quanto minime), sulla sofferenza e sui torti ricevuti (reali o immaginari). Gli eventi positivi vengono sminuiti o ignorati; chi ne gode viene tacciato di superficialità o infantilismo.

Non è più una naturale reazione ad uno stato di sofferenza oggettivo, ma una posizione esistenziale negativa nei confronti del mondo. Un "pessimismo cosmico" elevato a modello di vita. In genere è un modo di proiettare all'esterno il dolore interiore che attanaglia la persona negativa (incapace di riconoscere il male che ha dentro, lo vede fuori di sé e gli attribuisce l'origine della propria sofferenza).

Si concentrano sul negativo

Queste persone si concentrano sugli aspetti negativi in ogni situazione, oppure vedono solo quelli. Per esempio, in una splendida giornata soleggiata si lamenteranno del caldo; dopo un pasto delizioso si preoccuperanno di ingrassare; se attraversano un prato di campagna ricco di fiori, ma con anche degli escrementi di vacca, costoro noteranno solo gli escrementi (per loro "Il bicchiere è sempre mezzo vuoto").

2. Prendono le cose troppo sul serio, o in modo personale

Quando non si ha abbastanza amor proprio e maturità, l'ego risulta molto fragile. Queste persone non tollerano le brutte figure e cadono nel panico al pensiero di apparire ridicoli. Non riescono neppure ad accogliere le critiche, anche quando sono veritiere e potrebbero aiutare. Ogni espressione negativa altrui, anche scherzosa, suscita in loro indignazione, offesa o persino collera.
Certo tutti abbiamo qualche insicurezza e cerchiamo di fare bella figura, ma se abbiamo sufficiente equilibrio sappiamo anche gestire passi falsi o critiche con umiltà. Invece la persona negativa prende tutto molto seriamente, appare incapace di auto-ironia, e solleva un dramma ogni volta che il suo ego viene sminuito, anche in misura minima.

Prendono gli eventi sul personale

La persona negativa tende a prendere gli eventi sul personale, come se si mettesse sempre al centro del mondo, non riuscendo ad immaginare che gli altri possono pensare ad altro od essere immersi nei propri problemi:
  • Se il collega non li saluta pensano subito che sia perché ce l'ha con loro - non perché magari è distratto.
  • Se un automobilista gli taglia la strada lo vedono come un affronto personale, come se fosse stato fatto apposta - senza considerare che magari l'altro non li ha nemmeno visti.
Poiché tendono a prendere tutto sul personale, tendono anche a serbare rancore, a ricordarsi ogni sgarbo per anni, a coltivare pensieri di vendetta.

3. Fanno critiche ma non sanno riceverle

La persona negativa tende a criticare spesso e volentieri, ma è suscettibile e incapace di accogliere le critiche rivolte a lei, anche se sensate o poste in modo civile. Di solito tende a prendersela od offendersi, o cerca di scaricare la critica sull'interlocutore ("Non sono io che faccio X, sei tu che sei sempre Y"), oppure fa la vittima piangendosi addosso ("Ce l'hai con me", "Mi critichi sempre").

E' stupefacente notare l'atteggiamento diametralmente opposto:
  • Lei si sente in diritto di criticare tutto e tutti, senza ritegno.
  • Ma in genere reagisce con sdegno, o ferocia, alla minima critica ricevuta.

Parlano male degli ex

Un aspetto su cui le persone negative sono particolarmente critiche, di solito è quello degli ex partner. Spesso vengono tutti dipinti come individui pessimi, egoisti e manipolatori; e l'elenco di aneddoti riprovevoli fa apparire la persona negativa come una povera vittima dotata di tanta pazienza e amore. A sentire lei, tutti i problemi erano sempre e solo colpa dell'ex, e mai suoi.

Ma è verosimile? Possibile che sia stata così sfortunata? Se però abbiamo la possibilità di sentire "l'altra campana", o l'opinione di amici comuni, in genere scopriamo che le cose non stanno proprio così: che entrambi hanno avuto pregi e difetti (com'è naturale), che l'ex non era così terribile, e che la persona negativa ha avuto la sua buona dose di responsabilità nelle crisi e nella rottura della relazione.

4. Vogliono l’impossibile

Ci sono molte cose impossibili nella vita, o fuori dalla nostra portata, ma alcuni non sanno accettare questo limite naturale. Costoro non tollerano che la frustrazione fa parte dell’esistenza, o che non sempre otteniamo quello che vorremmo.

Alcuni avrebbero voluto nascere in una famiglia amorevole e accogliente, o in un ambiente benestante, o con un fisico scultoreo. Ma se non è andata così, non ci si può fare nulla. Chi coltiva il rimpianto per ciò che non è stato, sarà sempre amareggiato e non saprà apprezzare ciò che ha (in confronto ai sogni, non sembrerà mai abbastanza).

Lo stesso accade a chi persegue obiettivi impossibili. Per esempio inseguendo ideali di bellezza sovrumani, o cercando l'amore in chi non ci vuole, o sforzandosi di restare giovane a qualsiasi costo. Forse lo fanno perché, se riuscissero ad arrivarci, dimostrerebbero a se stessi di avere finalmente valore (cosa in cui non credono). Ma gli obiettivi impossibili portano solo al fallimento e, con esso, frustrazione, infelicità e svalutazione di se stessi (se credo a un obiettivo impossibile, e fallisco, penserò che è colpa mia).

5. L'amore che ricevono non è mai abbastanza

Spesso per la persona negativa l'amore non basta mai (perché ha dentro una "voragine affettiva"). Oppure lo respinge (perché non riesce a credere di poter venire amata) o, ancora, è così esigente o pesante che finisce con l'allontanare chi cerca di amarla.
All'inizio di una nuova relazione può apparire grata ed entusiasta; ma in breve tempo la sua negatività torna a mostrarsi, emergono una serie di fastidi e lamentele, e l'apprezzamento verso il partner diminuisce. Di fronte a questo cambiamento il partner può ritrovarsi spiazzato e credere che sia una fase temporanea; prima o poi però si rende conto che è invece lo stato abituale.

Spesso questo tipo di persona dice di soffrire perché non si sente amata; ma quando poi viene amata, continua a stare male ugualmente (tranne magari un breve periodo gioioso) perché l'amore non riesce mai a sopraffare il malessere e la negatività che ha dentro. Oppure se riceve dal partner dieci atti piacevoli e due sgradevoli (cosa umana, in fondo, poiché nessuno è perfetto), tenderà ad ingigantire quelli sgradevoli e dimenticarsi di quelli positivi - rimanendo convinta che il partner non tiene davvero a lei.

Non apprezzano chi dà loro molto

Anche per questi motivi, di solito dare molto non funziona con queste persone. Se si cerca di riempirli di cure e attenzioni, nella speranza di farli stare meglio, dopo un po' è probabile che ciò che si dà non venga più apprezzato, si finisca col venire dati per scontati, o che se ne approfittino (si dà un dito e l'altro si prende un braccio).

Al contrario, darsi poco o concedersi solo ogni tanto viene solitamente più apprezzato (magari se ne lamenteranno, ma tanto lo fanno comunque). E' spesso il tipo di persona con cui è vero che "in amore vince chi fugge".

6. Si paragonano spesso agli altri

Le persone negative sono particolarmente inclini a fare paragoni con gli altri, sia in senso positivo che negativo:
  • Alcuni si vantano e svalutano gli altri, evidenziando i difetti altrui per apparire migliori. Le frequenti critiche rivolta agli altri (vedi punto 1) possono servire a questo scopo. Spesso traggono soddisfazione dalle disgrazie o mancanze altrui perché le vedono come un segno dell'inferiorità altrui, ed una conferma della propria "superiorità".
  • Altri evidenziano quanto gli altri siano più fortunati o di successo, il che permette loro di assumere un atteggiamento da vittima, oppure di giustificare la propria infelicità o passività ("Non è colpa mia, non ho quello che hanno gli altri, mi mancano le capacità, non ci riuscirei comunque...").

In entrambi i casi, confrontarsi in continuazione con gli altri è un atteggiamento poco sano; implica una mancanza di autonomia e di una solida identità personale (quando ho una sana identità, so chi sono senza bisogno di usare gli altri per definirmi). Attraverso i paragoni, si valuta se stessi e si giudicano le proprie azioni in funzione di quello che fanno gli altri; ma poiché siamo tutti diversi ed ognuno ha la propria storia, è una modalità disfunzionale che porta all'antagonismo e all'insoddisfazione personale.

La loro sofferenza conta di più

Queste persone hanno spesso la convinzione di soffrire più degli altri, o di essere le uniche a stare male - arrivando a sminuire o negare la sofferenza altrui. Quando qualcuno parla dei propri problemi, tendono a riportare il discorso su se stessi ("Ti capisco, anche a me è successo che ecc. ecc."). Non di rado sono insofferenti quando l'attenzione è rivolta alle problematiche altrui invece che alle loro.

7. Si arrendono davanti alle difficoltà

Essendo psicologicamente deboli, le persone negative spesso si scoraggiano o si arrendono di fronte ad ostacoli e sfide. Magari dicono tanti "Vorrei", "Mi piacerebbe" o "Dovrei", ma il più delle volte non fanno seguire al pensiero l'azione. Spesso non provano nemmeno, oppure la fatica o la frustrazione li inducono a smettere ai primi tentativi.

Se ricevono suggerimenti o incoraggiamenti (magari in risposta alle loro lamentele) per migliorare se stessi o la loro situazione, assumono un atteggiamento rinunciatario: trovano scuse o scaricano la responsabilità all'esterno ("non possono" per via dei genitori, del capo, dei figli, della società, ecc.).

Naturalmente ogni obiettivo meritevole richiede sforzo e fatica, nonché la perseveranza necessaria per perseguirlo: è il "prezzo da pagare" per arrivarci. Allo stesso modo, entrare in azione - a dispetto di paure, timidezza o difficoltà - è un passo indispensabile per realizzare qualsiasi cosa (pensiamo all'invitare qualcuno che ci piace).
Quando riusciamo ad agire e affrontiamo la vita, diventiamo più forti e aumentiamo l'autostima. Chi invece tende sempre a rinunciare e arrendersi, alimenta una sensazione di debolezza e impotenza che finisce con l'incrementare il suo atteggiamento negativo verso l'esistenza.

8. Hanno una serie di problemi di salute

Una mentalità negativa non è solo deprimente per se stessi e fastidiosa per gli altri. A lungo andare, può portare anche al deterioramento della salute fisica (sia per uno stile di vita malsano, sia per effetti psico-somatici).

Spesso ho osservato nelle persone negative che, oltre ad avere una particolare suscettibilità emotiva, hanno anche una insolita reattività fisica: non di rado soffrono di intolleranze alimentari, allergie, disturbi psicosomatici, difficoltà digestive o stitichezza - in modo cronico o a livelli elevati per la loro età.

Occasionale o abituale?

Naturalmente comportamenti del genere possono capitare a chiunque. Ma per la persona negativa è uno stato costante; anche quando cerca di distrarsi, vi ricade facilmente (per esempio se va a fare una gita, magari all'inizio appare contenta, ma presto inizia a lamentarsi di questo e di quello, o mostrare insofferenza, ecc.)

Se scopri di essere negativo

Se ti ritrovi nei tratti sopra elencati, ricorda che puoi sempre cambiare. Questo atteggiamento infatti non è innato ma è qualcosa di appreso, che quindi può essere disimparato:
  • Per prima cosa, riconosci che tale atteggiamento non ti porta nulla di buono; invece ti rovina l'umore, inquina momenti che potrebbero essere lieti, e fa allontanare gli altri.
  • Poi puoi iniziare a coltivare un atteggiamento positivo, ed imparare ad apprezzare le cose buone che ti circondano.
  • Se fatichi in questo cambiamento, considera di farti aiutare da un esperto (terapeuta, counselor, coach, ecc.).

Negativo è diverso da problematico o sofferente

Voglio precisare che una condizione di sofferenza o problematica non implica necessariamente essere una persona negativa:
  • Le persone negative sono sempre sofferenti, ma non tutti quelli che soffrono diventano negativi. Una grande sofferenza può renderci persone peggiori, ma anche migliori: magari imparando dall'esperienza, o se essa ci ispira a migliorare il mondo, invece di criticarlo.
  • Similmente, anche se le persone negative sono sempre problematiche (cioè hanno una personalità disturbata da eventi che li hanno segnati), non è sempre vero il contrario: ci sono persone problematiche che però sviluppano un atteggiamento positivo o costruttivo.

Le persone realmente negative, invece, risultano così condizionate dalle loro esperienze infelici, da adottare una sorta di "occhiali scuri permanenti" per cui vedono l'intera esistenza, e il mondo, in modo oscuro, sfiduciato e pessimista. Non di rado possono persino sviluppare manie di persecuzione ("Il mondo ce l'ha con me", "Sono destinato ad essere infelice"...), o mentalità complottiste.

“Non tutti quelli che soffrono
diventano negativi”

Come gestire le persone negative

Partiamo subito col dire che non è possibile cambiare gli altri. Quindi non possiamo rendere queste persone meno negative, o più serene e felici. Anche se agiamo con le migliori intenzioni (perché le vediamo sofferenti e vorremmo vivessero in modo più positivo), ciò è quasi impossibile: è come se fossero "possedute" da una forza più grande di loro, ed anche se dicono di voler stare meglio, di solito si oppongono ai cambiamenti.
In pratica non è possibile "salvare" queste persone: quasi sempre sono troppo bloccate nei loro schemi mentali (che, ricordiamo, servono in qualche modo a proteggerle, e per questo l'inconscio vuole mantenerli).

E' difficile essere autentici con loro

Quando abbiamo a che fare con persone negative, essere sinceri diventa un problema, a causa della loro suscettibilità (se la prendono facilmente, vedi punti 2 e 3) e del negare la responsabilità (non è mai colpa loro). Quindi se ci viene da esprimere un'osservazione, od un'opinione non del tutto lusinghiera, o siamo in disaccordo con loro, spesso tendono a prendersela e reagire male. Col tempo ciò diventa così logorante da indurci a mentire, o a tenerci dentro quello che sentiamo.

In altre parole, con queste persone essere se stessi è faticoso; anzi tendiamo a "camminare sulle uova", nel timore delle loro reazioni. Ovviamente questo rende pressoché impossibile avere una relazione autentica e profonda con loro.

Porsi a distanza

Se il loro modo di essere alla lunga ci diventa pesante e logorante (com'è naturale che sia), ma non vogliamo - o possiamo - tagliare i rapporti, l'opzione migliore è solitamente creare una certa distanza: vederle meno, o per brevi periodi. Se questo ci è impossibile (perché è un collega o un familiare stretto), possiamo fare in modo che siano presenti altre persone (che possono distrarre o "fare da cuscinetto"), oppure spostare la conversazione su argomenti "neutri" che non sollevino polemiche.
Per quanto possibile, evitiamo discussioni o tentativi di convincerli o di far loro cambiare idea: di solito è solo tempo perso, e fonte di ulteriori malumori e conflittualità.

Trattarli male può funzionare

A volte "trattare male" (in senso relativo) queste persone funziona meglio che trattarle bene, perché corrisponde al loro modo di pensare. Se siete insofferenti a loro, potreste provare a dire cose tipo "Piantala di lamentarti o criticare", "Smetti di parlare sempre di te", "Datti una calmata", "Sei pesante, non ti sopporto più", ecc. Alcuni si renderanno conto di esagerare e cercheranno di arginare la loro tendenza negativa.
E' anche possibile che vi considerino con maggiore stima, perché non avete subito passivamente. Un po' come con i bulli, rispettano più chi li tratta con rigore che chi assume atteggiamenti bonari (di cui spesso si approfittano).

E' però anche possibile, specialmente se avete a che fare con individui assai egocentrici o narcisisti, che reagiscano in modo offeso, con aggressività o addirittura violenza. Quindi meglio inquadrare il tipo prima di adottare questo atteggiamento.

Genitore tossico

Un caso particolare è quando la persona negativa è un "genitore tossico", ovvero chi ha un comportamento talmente negativo da creare seri problemi psicologici ad un figlio/a, per esempio:
  • Sempre critico, aggressivo o svalutante.
  • Non offre mai apprezzamento ad un figlio, per quanto questo si sforzi.
  • Fa sentire spesso il figlio inadeguato, sbagliato, non all'altezza.
  • Sostiene ripetutamente che il figlio non potrà mai essere amato, o che nessuno lo vorrà, o che non verrà mai amato come quel genitore lo ama.

Genitori del genere possono rovinare la vita dei figli, e per questa ragione i figli dovrebbero allontanarsi il prima possibile, anche a costo di perdere il rapporto; ne va della loro salute. Come minimo, con un genitore del genere il figlio dovrebbe rassegnarsi al fatto che non riceverà mai l'amore e l'approvazione che ha sempre desiderato da lui; ogni tentativo in tal senso, infatti, non fa che riaprire la ferita di autostima che quel genitore ha creato.

“Un genitore tossico
è così negativo da creare
seri problemi psicologici ai figli”

Perché abbiamo scelto questa persona?

Se ci troviamo invischiati con una persona negativa che abbiamo scelto (come amico o partner), e magari ci è già successo in passato, potremmo chiederci come mai abbiamo scelto proprio loro. E' vero che spesso queste persone, all'inizio, sono abili a nascondere la loro negatività, ed anzi possono essere molto seduttive o affettuose (di solito hanno problemi di dipendenza affettiva e soffrono di un senso di vuoto); ma se restiamo comunque nella relazione, pur patendola, forse abbiamo delle motivazioni inconsce.

A volte ne siamo attratti perché ci ricordano un genitore altrettanto negativo, o infelice. E magari ci attacchiamo a loro nella speranza di "guarirli" e superare il senso di "scarso amore" che abbiamo vissuto nell'infanzia (per approfondire questo tipo di ferite emotive, vedere il libro "Running on Empty" di Jonice Webb, sulla negligenza emotiva durante l'infanzia (info nella Bibliografia).

Possibili cause

Come per tutti i problemi psicologici, le origini di questa personalità possono essere molteplici. Le cause più probabili mi sembrano le seguenti:
  • Genitori iper-critici o severi (per cui i figli non vanno mai abbastanza bene).
  • Genitori freddi o anaffettivi (che lasciano una dolorosa ferita di assenza d'amore, ed il relativo malessere).
  • Genitori a loro volta molto negativi (per cui i figli assorbono questa modalità).
  • Traumi o abusi.

Parlando di disturbi psicologici, l'essere abitualmente negativo può essere sintomo di un serio stato depressivo, o persino di un disturbo borderline di personalità.

Come aiutare queste persone

Chi soffre di questo stato avrebbe bisogno prima di tutto di riconoscerlo, e poi di farsi aiutare da un esperto per uscirne. L'ostacolo più grande è proprio che, di solito, queste persone negano i propri problemi e preferiscono attribuirli agli altri; per cui raramente sono disposti a cambiare.

Se di fronte all'argomento questa persona reagisce con decisa negazione ("Io non ho niente! Sono gli altri che...!") e magari rabbia, è meglio non insistere perché non porterebbe a nulla: in questi casi il "muro di resistenza" è insormontabile. Anche solo far notare quando la sua negatività non corrisponde alla realtà, di solito viene preso male e scatena risentimento ("Nessuno mi capisce", "Ce l'avete con me"...).
E' solo quando questa persona raggiunge un livello di sofferenza e/o disperazione tale da chiedere aiuto, che si apre la possibilità di parlarne ed indirizzarla verso chi può assisterla in un percorso di guarigione.


(parte di questo post è liberamente adattata da "Negative People: 5 Characteristic Features")

"Non c'è modo di cancellare la sofferenza dalla faccia della terra, ma ci si può sempre concentrare sulla bellezza che rimane. Per farlo, cominciamo a lasciar perdere le lagnanze improduttive."
(P.M. Forni)

"E' umano provare emozioni negative, ma non bisogna farle prevalere."
(Anthony del Mello)

"Niente abbellisce il carattere, l'aspetto fisico o il comportamento quanto il desiderio di diffondere gioia anziché sofferenza."
(Ralph Waldo Emerson)


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8 ragioni per cui tutti soffriamo

Spesso capita di chiedersi le ragioni della propria sofferenza, o di stupirsi nel vedere quanto comune sia vedere persone che soffrono.
  • Molti non si capacitano di tutto questo dolore, forse perché ritengono che sia naturale essere felici, e vedono il dolore come una "anomalia".
  • Alcuni si sentono confusi o smarriti, specialmente se credono ad una figura divina amorevole ed onnipotente: "Se Dio ci ama, com'è possibile che questo accada?".
  • Certi sono convinti che tutto questo sia dovuto a "figure oscure", a qualche personaggio malevolo come rappresentato nei film popolari o di supereroi - dove il "cattivone" viene sconfitto e tutto ritorna in pace.

La vita comporta sofferenza

Sull'argomento della sofferenza io concordo con il buddismo, che afferma: "La vita è sofferenza" (o, per meglio dire, nella vita sono inevitabilmente inclusi sofferenza, impermanenza e cambiamento). Quindi la sofferenza è naturale, è parte dell'esistenza stessa, ed è per molti versi inevitabile.
Se crediamo che così non sia, è perché ci hanno "raccontato delle favole", cioè instillato convinzioni che non corrispondono alla realtà (per esempio l'idea di un dio per cui siamo creature privilegiate, o che siamo tutti buoni ma qualche malvagio rovina tutto, o che la felicità sia un diritto, o che ci venga naturale - tutte cose smentite dai fatti).

Capisco che le mie affermazioni possano lasciare increduli: dopo tutto, se vi siete sentiti dire certe cose da una vita, è difficile metterle in discussione. Quindi elenco otto ragioni che dimostrano come la sofferenza sia "normale", spesso inevitabile, e parte della vita stessa.
Naturalmente non vi chiedo di credermi sulla parola. Considerate ognuna di queste ragioni e confrontatela con la realtà, con i fatti concreti; e decidete voi se corrisponde al vero.


Otto ragioni per cui tutti soffriamo

1. Il mondo non è fatto per renderci felici

Pensare che la realtà sia "al nostro servizio" è una forma di egocentrismo clamorosa. Il mondo esisteva molto prima che noi umani entrassimo in scena (siamo "appena arrivati", in tempi cosmici), e continuerà ad esistere molto dopo che ci saremo estinti. Quindi credere che il mondo esista per farci contenti è una follia, che porta inevitabilmente ad aspettative illusorie, delusione e rabbia.

La felicità non è scontata, è un'arte. L'arte non accade di default, per conto suo: va creata con talento, impegno, sacrificio e un pizzico di (o molta) fortuna. La felicità idem. Se uno non coltiva e mette in atto le sue capacità di creare felicità, questa non avverrà (o avverrà di rado, per colpi di fortuna).

2. Non siamo progettati per essere felici - ma per sopravvivere e riprodurci

La felicità è per noi un sottoprodotto, una casualità, un dono dal cielo. L'amigdala, parte del cervello che domina le nostre scelte istintive e viscerali (reazioni "fight or flight", di lotta o fuga), dà una priorità assoluta alla sopravvivenza, e ben poca alla felicità (semmai favorisce il piacere temporaneo, che è cosa diversa).
Potremmo pensare che la nostra parte razionale (neo-corteccia) compensi. Ma nel nostro cervello le parti istintive ed emozionali (come pure l'inconscio), che puntano alla sopravvivenza e a difenderci molto più che alla felicità, sono preponderanti. La neo-corteccia è, sia in termini evolutivi che funzionali, "l'ultima arrivata".

Similmente, per lo più le nostre scelte sentimentali sono guidate da istinti e pulsioni innati, che non hanno come scopo la felicità o il benessere, ma la riproduzione dei propri geni. Essere attratti non garantisce una relazione felice con quella persona: è un "trucco" della Natura per indurci a procreare.

"Il sesso è una trappola della natura per evitare l'estinzione."
(Friedrich Nietzsche)

Non c'è quindi da stupirci se le nostre relazioni sono spesso così complicate, insoddisfacenti e deludenti. Il Romanticismo ci dice che lo scopo dell'amore è essere felici insieme, ma la Natura ha priorità ben diverse.

3. Abbiamo aspettative elevate e illusorie, e che diamo per scontate

A molti sembra naturale essere felici, si aspettano che gli altri li rendano felici (i partner), o che si prendano cura di loro (la famiglia, lo Stato). Di conseguenza vivono come bambini passivi, in attesa della "manna dal cielo".
Non si prendono attivamente la responsabilità della propria vita (o lo fanno solo in parte), delegando ad altri questo compito. Tutte le persone che si lamentano abitualmente, che fanno le vittime e si piangono addosso, ma non agiscono per migliorare la situazione, rientrano in questo schema.

Una differenza con epoche precedenti è che, in passato, le persone non si aspettavano di essere felici (il loro obiettivo primo era sopravvivere): vivevano esistenze ben più difficili, e avevano aspettative molto più basse. Oggi invece ci sentiamo in diritto di essere felici (aspettativa che conduce alla delusione). Molte persone soffrono perché si aspettano una vita a "livello 100", e non sanno godersi la loro vita a "livello 30".

4. I media alimentano le nostre illusioni

Pubblicità, social network, ma anche testate informative, continuano a mostrarci vite ideali e sogni in technicolor che ci fanno sentire inferiori, ed in cui tutti sono più belli e felici di noi. Questo alimenta aspettative irreali (la ragazza che vorrebbe un fisico da modella, l'uomo che vorrebbe il posto da manager...) e una continua rincorsa verso una ipotetica felicità futura ("Sarò felice quando...") che non si raggiunge mai (la felicità esiste solo nel momento presente).

Ma la responsabilità non è solo dei media falsi e manipolatori: spesso ci lasciamo ingannare perché vogliamo essere ingannati (sedotti, illusi). Poiché la realtà è sovente scomoda o deludente, rifiutiamo di riconoscerla ed invece siamo pronti a credere alle favole, ad ascoltare il "canto delle sirene".

Come detto nel punto precedente, la felicità (o sofferenza) è direttamente collegata alle aspettative: se io mi aspetto 25 ed ottengo 50, sarò felice; se mi aspetto 75 ed ottengo 50 sarò addolorato. Eppure in entrambi i casi ho ottenuto lo stesso risultato!
In certe culture (o in alcune epoche passate), dove non si esaltano ego ed individualismo, e dove si insegna la moderazione ("In medium stat virtus", la virtù sta nel mezzo), l'accontentarsi e l'adattarsi (Stoicismo), in media le persone sono meno stressate, più serene e più contente della loro vita.

5. Combattiamo con la realtà, invece di accettarla o di collaborare con essa

Se combatto contro l'inevitabile (come la morte) perderò sempre e comunque. Se mi aspetto che la realtà si adatti a me (invece che essere io ad adattarmi ad essa), avrò risultati scarsi o nulli. Invece di vederci - con umile realismo - come piccole particelle di un mondo sconfinato, spesso ci aspettiamo che sia il mondo a girare intorno a noi.

Questo tipo di mentalità "narcisista" ("Il mondo esiste per me, per servire me") è alla base di molte delle sofferenze moderne. Il narcisismo altrui ci fa arrabbiare, ma il nostro ci appare giustificato. Una tendenza egocentrica o narcisista è insita nell'essere umano, ma la società moderna l'ha alimentata a livelli mai visti prima.

6. I genitori sono incompetenti

Molte sofferenze e problemi nascono da esperienze infantili negative o traumatiche. I genitori sbagliano spesso, anche con le migliori intenzioni, perché:
  • A. Errare è umano e inevitabile
  • B. Praticamente nessuno insegna loro come fare
(da notare che B è rimediabile, mentre A no).

In aggiunta, le persone meno adatte a crescere figli (immature, nevrotiche, infelici, ignoranti, primitive...) sono quelle che più probabilmente fanno figli.
Le motivazioni a procreare sono per lo più irrazionali, e spesso sono reazioni a problemi personali (senso di vuoto, mancanza di scopo, insoddisfazioni, ambizioni irrisolte, solitudine e mancanza d'amore...). Raramente i figli crescono con intorno genitori saggi, sereni ed equilibrati.
Le conseguenze inevitabili sono moltitudini di persone problematiche, complessate e scarsamente capaci di affrontare l'esistenza.

7. La complessità della società aumenta continuamente.

Tecnologia, globalizzazione, legislazione, popolazione... la complessità è in continuo aumento, ovunque. Se da una parte questa complessità crescente ci offre sempre maggiori vantaggi (abbondanza di cibo, informazione, cultura, svago, sanità, comodità e lussi...), dall'altra la complessità ci genera ansia, inquietudine e frustrazione. Ci fa sentire smarriti e impotenti (tutto è sempre più complicato e meno comprensibile o gestibile).

Il contadino del 1300 viveva più sereno di noi, perché il suo mondo era circoscritto e statico; però un terzo dei contadini del 1300 sono stati sterminati dalla peste nera. Non si possono avere i vantaggi della modernità senza patirne gli svantaggi (e viceversa).

8. Il primo problema degli esseri umani, sono gli esseri umani stessi

Nel corso del tempo noi umani abbiamo eliminato, o fortemente ridotto, tutte le fonti di sofferenza esterne: malattie, scarsità, predatori, fattori ambientali (rimane la morte, però sempre più lontana). I problemi che ci creiamo noi stessi, però, rimangono i medesimi: siamo egoisti, miopi, insaziabili, concentrati sul breve periodo, litigiosi, vendicativi, prevaricatori. Dominiamo il pianeta, ma non sappiamo dominare noi stessi.

Di conseguenza, la maggior parte della sofferenza umana è creata da noi stessi: a mio parere, gli esseri umani sono per molti versi delle "teste di cavolo".
Disprezziamo le bestie, ma in realtà loro vivono più in pace, sereni e godendosi la vita di noi.


Considerazioni sulla sofferenza

Il mondo va sempre peggio?

Quando si parla di problemi e sofferenza, c'è sempre qualche "catastrofista" convinto di vivere in un mondo orribile che va sempre più decadendo, che la situazione non sia mai stata peggiore, e che in passato si stesse meglio.

Ma nonostante la loro forte convinzione, quasi sempre queste persone sono in errore:
  • La sofferenza è sempre esistita, e sempre esisterà (vedi citazione dal buddismo all'inizio).
  • Le lamentele sul decadimento della società, sulla perdita di valori, sui giovani che sono peggiori degli anziani, sono sempre esistite. Ne troviamo traccia già negli scritti degli antichi greci e romani.
  • Oggi abbiamo molta meno sofferenza materiale che in passato (il numero di persone in condizioni di povertà è in diminuzione da decenni).
    Però sembriamo avere più sofferenza emotiva e psicologica. Forse perché quando si era preoccupati per la sopravvivenza, non si aveva tempo per depressione o problemi esistenziali.

Quindi questo pessimismo è un errore di prospettiva, di solito dovuto ad ignoranza: chi crede di vivere in un'epoca peggiore del passato... di solito non conosce veramente com'era il passato.

La ricerca di un colpevole

Alcune persone sono convinte che i problemi del mondo siano causati da qualche individuo o gruppo di persone malvagi, che tessono trame oscure per rovinare o dominare le vite altrui. I complottisti rientrano in questa categoria.
Di fronte a problemi e sofferenze, quindi, costoro cercano un "colpevole". Ma esiste sempre un colpevole, un atto malvagio volontario?

Secondo me, a volte ci sono dei colpevoli e a volte no. A volte il dolore è semplicemente parte dell'esistenza. A volte gli eventi negativi succedono e basta, perché il mondo è caotico e non ordinato come vorremmo (vedi i concetti di caos e cosmos - disordine e ordine - nella filosofia greca). In inglese si dice "Shit happens", ovvero "Le cose brutte [merda] semplicemente accadono".

Quindi non sempre c'è un senso - o un colpevole - dietro gli eventi. Di nuovo, il mondo non gira intorno a noi o alle nostre esigenze: va per la sua strada.
Però ci sono sempre delle cause; e a volte noi stessi contribuiamo alle cause (per esempio se scelgo sempre un certo tipo di partner, o non affronto dei miei blocchi psicologici). Ma siccome riconoscere di essere parte del problema (essere con-causa) genera una responsabilità che la maggior parte delle persone rifiuta, costoro preferiscono dare la colpa all'esterno e cercare il colpevole in chiunque - tranne che in se stessi.
  • Chi cerca ossessivamente un colpevole, spesso è proprio chi rifiuta la responsabilità personale della propria sofferenza, quindi ha bisogno di trovare qualcun altro a cui attribuire la colpa.
  • Oppure è chi crede che la felicità sia il default (quello che accade di norma), e la sofferenza sia un'eccezione da eliminare. Quindi pensa "Dovrei essere felice, ma non lo sono, quindi qualcosa non va e dev'essere colpa di qualcuno".
Va anche detto che è normale (se non diventa ossessivo) voler identificare un colpevole, o una causa, per i propri problemi. Detestiamo sentirci all'oscuro, l'incertezza ed il caos, per cui cerchiamo istintivamente spiegazioni a quello che ci accade - anche quando non c'è una risposta logica o soddisfacente (per certi versi, le religioni nascono come tentativo di dare una risposta ai misteri dell'esistenza).

Affrontare la sofferenza, coltivare la felicità

Naturalmente, tutto questo non significa che dobbiamo rassegnarci alla sofferenza, o che dobbiamo subirla passivamente. Anche se l'esistenza non è "progettata" per renderci felici, abbiamo comunque la capacità di sentirci gioiosi, sereni ed appagati (basta non pretendere di esserlo sempre e comunque):
  • Possiamo partire dal distinguere tra quello che possiamo cambiare, e ciò che invece sfugge al nostro controllo e possiamo solo accettare (vedi "Preghiera della serenità").
  • Possiamo imparare ad affrontare la sofferenza - in modo da diventare capaci di subirla meno e gestirla meglio.
  • Quando certi eventi dolorosi si ripetono più volte in modo simile, è probabile che noi stessi contribuiamo ad essi (in qualche modo inconsapevole). Scoprire i meccanismi che ci portano a ripetere quei comportamenti, e capirne i motivi, può aiutarci ad uscirne.
  • Molta sofferenza non necessaria nasce dai conflitti con se stessi: questa può essere superata imparando ad accettarsi ed amarsi come siamo.
  • Infine, va ricordato che a volte la sofferenza può essere utile: può essere un sintomo che ci indica quello che non funziona nella nostra vita, od essere un'esperienza necessaria per imparare qualcosa, o contribuire alla nostra crescita come persona. Quindi a volte è benefico comprenderne il senso, invece di rifiutarla a priori.


"Un uomo che teme di soffrire, soffre già di quello che teme."
(Michel E. de Montaigne)

"Voler evitare ogni incontro col dolore significa rinunciare a una parte della propria vita umana."
(Konrad Lorenz)

"Incominciai anche a capire che i dolori, le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci scontenti e toglierci valore e dignità, ma per maturarci."
(Hermann Hesse)


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Perché siamo spesso insoddisfatti o frustrati?

Perché è così raro sentirci felici o appagati?

Perché così tante persone si lamentano?


Secondo me, l'essere umano moderno (inteso quello occidentale, perché in altre parti del mondo può essere ben diverso) ha a disposizione una grande abbondanza, ma non se ne rende conto e quindi non sa apprezzarla. La maggior parte di noi ha a disposizione (a volte anche gratuitamente):
  • Acqua corrente potabile
  • Cibo a portata di mano (nei negozi e nella propria dispensa)
  • Riscaldamento quando fa freddo
  • Energia elettrica e illuminazione
  • Impianti sanitari e fognature
  • Mezzi di trasporto rapidi e comodi, individuali o pubblici
  • Ampia sicurezza (niente predatori, banditi o pirati)
  • Medicine e assistenza sanitaria
  • Possibilità di comunicare col mondo intero
  • Cultura e informazione su qualsiasi argomento
  • Musica di qualsiasi genere sempre disponibile
  • Intrattenimento a profusione

Stiamo meglio di un Re

In pratica, l'uomo medio moderno vive in modo più abbondante e confortevole di un monarca di qualche secolo fa - per non parlare dell'uomo comune di qualche secolo fa (o di tanti asiatici e africani odierni), che non aveva nulla di quanto elencato sopra. Siamo circondati da tanti piccoli piaceri e comfort, ma li diamo per scontati o non ci facciamo caso. Proviamo a pensare di vivere senza una sola delle risorse elencate sopra... e ci rendiamo subito conto di quanto la nostra vita diverrebbe più povera, scomoda o angosciante.
Quindi la maggior parte di noi occidentali vive immersa in un'abbondanza mai vista prima nella storia dell'umanità... eppure non ce ne accorgiamo e ci sentiamo spesso insoddisfatti e infelici. Io trovo questo un grandissimo spreco. Spesso siamo come una persona che ha a disposizione un enorme supermercato... ma si lamenta perché gli manca il caviale!

Dal negativo al positivo

L'errore che sovente compiamo è di concentrarci sul negativo, sulle mancanze o su quello che non funziona, invece di concentrarci sul positivo, notando l'abbondanza intorno a noi ed assaporandola appieno. Finché una persona si concentra sul negativo, si sentirà sempre frustrata, insoddisfatta e carente, a prescindere dalle condizioni oggettive (come nell'esempio del supermercato).

La gratitudine fa vivere meglio

Una delle chiavi più potenti e semplici per vivere meglio è la gratitudine: la capacità di riconoscere e apprezzare quanto abbiamo di positivo nella nostra vita, e di sentirci fortunati ad averlo, invece di darlo per scontato. Chi manca di gratitudine si sentirà sempre misero - in tutti i sensi.

Il vittimista si lamenta sempre

Un atteggiamento opposto alla gratitudine è quello di chi "fa la vittima". Ovvero chi si lamenta in continuazione, non si assume la responsabilità di sé e ha la pretesa che sia il mondo a renderlo felice:
Chi si comporta in tal modo dimostra una mentalità "infantile", ovvero da bambino incapace di occuparsi di sé, che si aspetta siano gli altri a risolvergli i problemi. Costui ha bisogno di diventare "genitore di se stesso": cioè imparare a prendersi cura di sé e dei propri bisogni - che è una capacità fondamentale dell'essere adulto.

La vita non è fatta per renderci felici

Infine, uno dei motivi fondamentali per cui soffriamo, è che questo è parte naturale e inevitabile dell'esistenza: il mondo non è creato per renderci felici - e il nostro errore è di aspettarci che lo faccia. Una volta che accettiamo la sofferenza come inevitabile (almeno a volte, come insegna il Buddismo), e non vediamo la felicità come un diritto, diventa più facile coltivare la gratitudine e godere delle opportunità positive che la vita ci offre.


Questo post fa parte di una serie di risposte brevi a domande frequenti sull'amore, le relazioni e la vita (clicca sul link per leggere l'elenco di tutte le domande e risposte).


"L'uomo è infelice perché incontentabile."
(Giacomo Leopardi)

"L'ottimista vede opportunità in ogni difficoltà, il pessimista vede difficoltà in ogni opportunità."
(Winston Churchill)

"La gratitudine è il paradiso."
(William Blake)


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Quanto è importante amare se stessi?

Amare se stessi è egoismo?

E' bene amare se stessi?


Amare se stessi è fondamentale.
La maggior parte delle persone infelici, lo sono proprio a causa della mancanza di amore per se stessi - per causa diretta (si sminuiscono o detestano o disprezzano), o indiretta (non amandosi, fanno sì che nemmeno gli altri li amino).
Pensaci: nei Vangeli è scritto "Ama il prossimo tuo come te stesso".
(Matteo 22,39).
E' uno dei messaggi più belli che ci arrivano da Gesù, giusto? Eppure, se non ami te stesso come farai ad amare l'altro? Oppure, se odi o detesti te stesso, allora seguendo l'esortazione evangelica applicherai lo stesso trattamento agli altri.

Amare te stesso fa stare meglio tutti

Quando riesci ad amare e accettare te stesso:
  • Diventi una persona serena che sta bene con se stessa, quindi più incline a trattare bene anche gli altri (posso dare ciò che sono ed ho, ma non posso dare quello che mi manca).
  • Accetti le tue imperfezioni, e di conseguenza ti è più facile accettare anche quelle altrui (accettarsi non implica rassegnarsi: puoi volerti comunque migliorare, ma senza auto-criticismo distruttivo). Sei quindi una persona più tollerante ed accogliente.
  • Ti stimi maggiormente, non ti critichi senza motivo (anche se riconosci i tuoi limiti e difetti), quindi sei più positivo con te stesso ed anche con gli altri (le persone che stanno male con se stesse sono sempre quelle più critiche: riversano sugli altri il loro malessere).
  • Di fronte alla difficoltà rimani solido e fiducioso, perché sai di poter contare sulle tue forze ed hai fiducia di potercela fare. Quindi puoi anche supportare le persone intorno a te, rassicurandole nei momenti di crisi.
  • Essendo più positivo, fiducioso ed accogliente, ispiri negli altri sentimenti simili. Sei quindi più stimato, apprezzato e benvoluto di una persona che non si ama (solitamente negativa e sgradevole).
  • Diventi anche più desiderabile e amato: ci avviciniamo alle persone piacevoli, mentre ci allontaniamo da quelle spiacevoli (questo è uno dei motivi per cui le persone che non si amano cercano sempre l'amore negli altri, ma difficilmente lo trovano).

Amare se stessi non è egoismo

In sintesi, quando ami te stesso sei anche una persona migliore e fai stare meglio gli altri. Amare se stessi non significa essere egoisti, anzi, è il modo migliore di diventare una persona più positiva ed amorevole verso il mondo.
La differenza si vede dai risultati: l'amore autentico è costruttivo, mentre il vero egoismo è distruttivo. Potremmo considerare due tipi di "egoismo":
  • Egoismo costruttivo: quando le mie scelte fanno stare bene sia me che gli altri. In questo caso a volte posso anteporre il mio benessere a quello altrui, ma sempre tenendo in considerazione gli altri e le loro esigenze.
  • Egoismo distruttivo: quando le mie scelte producono danni ad altri, e/o resto indifferente agli altri e alle loro esigenze.

Ideale e reale

Naturalmente l'ideale sarebbe fare scelte che rendano tutti contenti; però in realtà spesso non è possibile fare contenti tutti. Quindi a volte è necessario scegliere quali esigenze privilegiare.
Certe morali (inclusa quella cattolica) ci insegnano che dovremmo sempre anteporre gli altri a noi. Ma questo atteggiamento, alla lunga, genera frustrazione e risentimento (il caso classico è la madre che si sacrifica sempre per tutti, che viene data per scontata e trascurata, sviluppando quindi amarezza e rabbia).

La tua felicità è una tua responsabilità

In realtà ogni adulto ha la responsabilità di occuparsi della propria felicità: per la semplice ragione che, se non lo fa lui, difficilmente lo faranno gli altri. E peraltro, chi mai dovrebbe farlo al posto suo? Chi non si occupa della propria felicità, il più delle volte finisce con l'aspettarsi che siano gli altri a renderlo felice (aspettativa infantile e quasi sempre delusa).

Amare se stessi, e prendersi cura del proprio benessere, non è quindi solo un diritto, ma anche un compito che spetta a ciascuno. Perché solo facendolo divento una persona positiva, soddisfatta e felice, e - quindi - in grado di dare un contributo benefico al mondo (se invece mi trascuro, mi detesto o mi odio, resterò una persona negativa e infelice, che darà al mondo la propria miseria).


Questo post fa parte di una serie di risposte brevi a domande frequenti sull'amore, le relazioni e la vita (clicca sul link per leggere l'elenco di tutte le domande e risposte).


"Amare se stessi è l'inizio di un idillio che dura tutta la vita."
(Oscar Wilde)

"Non c’è amore sufficientemente capace di colmare il vuoto di una persona che non ama se stessa."
(Irene Orce)

"La persona che non è in pace con se stessa, sarà in guerra con il mondo intero."
(Mohandas K. Gandhi)


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Non puoi avere tutto nella vita, specialmente nelle relazioni

Una statistica sorprendente rivela che - secondo alcune ricerche - gli abitanti dei paesi occidentali sono spesso più infelici di quelli dei paesi meno sviluppati. Considerata l'abbondanza delle nostre condizioni di vita (sicurezza, cibo, comfort, tempo libero...), migliori persino di quelle dei regnanti di qualche secolo fa, è stupefacente che non ci sentiamo più felici e soddisfatti. C'è da chiedersi il motivo...

Secondo me, una delle ragioni è che in Occidente ci siamo abituati a pensare di poter avere tutto:
  • Una carriera brillante ed anche crescere una famiglia felice
  • Denaro in abbondanza ed anche tanto tempo libero
  • Una relazione stabile ed anche piena di passione ed emozioni
  • Un lavoro interessante ed appagante ed anche ben remunerato
  • Mangiare ogni squisitezza ed anche avere un corpo in forma

Così, quando non riusciamo ad avere tutto quello che vorremmo, ci sentiamo frustrati e manchevoli. Non pensiamo che l'idea di avere tutto sia fallace, crediamo di essere noi ad aver fallito. E quando vediamo altri che sembrano avere tutto - magari perché i loro profili sui social network sembrano cataloghi patinati da agenzie di viaggio - ci sentiamo invidiosi e amareggiati, perché ci convinciamo che loro ci sono arrivati mentre noi no. Dimenticandoci che ognuno cerca di mostrare la migliore immagine possibile di sé (spesso ben lontana dalla realtà).

Sogni e realtà

Incantati da questo sogno ispirato da una cultura consumistica ed alimentato dalla pubblicità, ci dimentichiamo di alcuni principi fondamentali che regolano la realtà:
  1. Ogni cosa ha un "costo"* - che sia di tempo, energia o risorse
  2. Ogni azione ha delle conseguenze
  3. Ogni scelta ne esclude altre
* (specialmente se è importante o preziosa: non si può pensare di prendere una laurea od imparare a suonare uno strumento musicale senza investire in modo considerevole)

Quindi ogni azione ed ogni scelta porta quasi sempre ad una "perdita" o a qualcosa di spiacevole (esercitarsi costa tempo e fatica; fare quello che voglio renderà qualcuno scontento; quando gioco non sto studiando; ecc.). L'idea di poter "avere tutto" è un'utopia basata sull'illusione infantile di poter vivere senza conseguenze, o senza responsabilità.
Voler avere tutto è una sorta di "delirio di onnipotenza": in realtà avere tutto, fare tutto od essere tutto non è nella natura umana.

“Voler avere tutto
è una sorta di
delirio di onnipotenza”

L'eterno scontento

Chi ignora i principi sopra riportati non ottiene di più, anzi: fallisce più spesso (perché si basa su idee disfunzionali) e risulta sempre frustrato (perché insegue obiettivi non realizzabili). Quindi anche se nella sua vita ha già molto (sia in termini di beni materiali che di realizzazioni personali), si sentirà sempre scontento: non saprà apprezzare quello che ha, ma sarà sempre concentrato su quello che gli manca.
Da cui l'infelicità e l'insoddisfazione menzionate all'inizio, diffuse anche dove le persone avrebbero molti motivi per sentirsi grate.

Non tutto insieme

E' possibile raggiungere molti obiettivi nel corso della propria vita, ma non è possibile averli contemporaneamente:
  • Il vigore della gioventù E la saggezza dovuta all'esperienza
  • L'entusiasmo dell'inizio di una relazione E la stabilità di un rapporto consolidato
  • Tutto il tempo per coltivare le proprie passioni E una famiglia con figli
  • Una carriera di successo, o una propria impresa, E stare molto tempo insieme ai propri cari
  • Avere un figlio piccolo E dormire bene e profondamente...
Questi sono alcuni esempi di obiettivi raggiungibili, ma non insieme. Quindi richiedono di accettare il contesto in cui ci troviamo, oppure di operare una scelta, una preferenza.

La faccia nascosta del successo

Quelli che credono di "poter avere tutto", spesso citano ad esempio persone di successo che - apparentemente - hanno raggiunto quell'obiettivo: autori, artisti, imprenditori, donne manager ecc., che i media spesso mettono in risalto.
Quello che però i media non raccontano (ma che quei personaggi a volte confessano), è il "costo" di quei successi, l'enorme impegno profuso, tutto quello a cui hanno rinunciato, i fallimenti e le frustrazioni.
Quelle persone non hanno veramente tutto: hanno raggiunto un successo pagando un prezzo (spesso elevato), e rinunciando necessariamente ad altre cose. Oppure hanno avuto tutto solo in apparenza, o per un breve periodo: come l'imprenditore la cui azienda trionfa, ma viene poi lasciato dal coniuge stanco di sentirsi trascurato; o l'autore i cui figli sono risentiti perché non aveva mai tempo per loro.

Spacciatori di illusioni

A volte qualcuno afferma che sia possibile avere tutto, e magari ci offre anche un metodo per farlo. Fate attenzione: alcuni sono solo degli entusiasti, o degli ingenui, e i loro consigli potrebbero anche esservi utili (se presi con un pizzico di buon senso).
Altri però sono dei "volponi" che fanno leva sulla debolezza umana, e cercano di vendervi illusioni (spesso a caro prezzo). Tra questi troviamo per esempio:

"Tutto o niente" significa "niente"

In sintesi, poiché non è possibile avere tutto, abbiamo due possibilità nella vita:
  • accogliere quello che riusciamo a raggiungere, o che ci capita, e godercelo;
  • oppure restare con niente.

Chi ha un atteggiamento spavaldo del tipo "Voglio tutto o niente", non si rende conto che in pratica si ritroverà con niente (poiché tutto non è umano raggiungerlo). La prossima volta che ci troviamo di fronte a una scelta tra qualcosa e nulla, pensiamoci bene se preferiamo ritrovarci a mani vuote, piuttosto di goderci quel qualcosa.

Volere tutto in amore

Questa illusione di poter avere tutto è specialmente presente nelle relazioni sentimentali, ispirata dalla cultura romantica ed alimentata dai media che la usano per venderci qualsiasi cosa: abbigliamento ed accessori, cosmetici, automobili, palestre, abbronzature, vacanze, chirurgia estetica... tutto con la promessa di renderci più desiderabili, amabili e - quindi - felici.

Questa illusione contribuisce all'importanza che attribuiamo al denaro: se per essere amato (e felice) devo acquistare a destra e a manca, beh, non posso certo farne a meno.
Contribuisce anche all'elevato numero di divorzi: se credo di poter avere tutto ma la mia relazione non mi rende felice, beh, ho tutto il diritto di andarmene e cercarne un'altra che lo farà (questa pretesa sembra particolarmente diffusa fra le donne che, non a caso, iniziano oltre i due terzi delle separazioni).

Una lunga lista di aspettative

Osserviamo le aspettative che abitualmente riversiamo su una relazione sentimentale:
  • Che ci renda felici
  • Farci sentire amati
  • Farci sentire unici e speciali
  • Ricevere attenzione e ascolto
  • Sentirci apprezzati
  • Sentirci desiderati
  • Intensa e continua attrazione fra i partner
  • Appagamento sessuale
  • Forti emozioni, eccitazione, passione, innamoramento
  • Fedeltà (fisica, emotiva, mentale - il partner non deve nemmeno pensare ad altri)
  • Stabilità
  • Sicurezza emotiva
  • Sicurezza economica
  • Presenza (il partner dev'esserci ogni volta che abbiamo bisogno)
  • Intimità e confidenza
  • Amicizia e complicità
  • Rispetto e considerazione
  • Divertimento (intrattenerci, non annoiarci)
  • Interessi e attività in comune
Senza dimenticare, per i molti che li desiderano (specialmente sul lungo periodo):
  • Matrimonio solido
  • Figli cresciuti bene

Ora proviamo a rivedere la lista qui sopra: davvero pensiamo che una singola persona possa darci tutto questo? E possa darcelo costantemente per anni e anni...? Osservata con attenzione, quest'aspettativa non appare un pochino "sovrumana"? Qualcosa che appartiene più al regno della magia, delle favole, che non alla quotidiana realtà?

“Può una singola persona
darci tutto questo
per anni e anni?”

L'uno oppure l'altro

Inoltre alcuni degli elementi che ci aspettiamo da una relazione, appaiono in contraddizione fra loro:
  • L'innamoramento è tipico della fase iniziale di una relazione, ma non dura negli anni.
  • Quando ci sono stabilità e sicurezza è difficile provare forti emozioni (l'eccitazione è connessa al desiderare quello che non abbiamo o che non siamo certi di poter avere; quando qualcosa è stabile e certo, è meno stimolante).
  • Un partner che abbia un lavoro di successo e redditizio, probabilmente sarà anche molto impegnato professionalmente e potrà dedicare poco tempo alla coppia o alla famiglia.
  • Perseguire la carriera, per una donna, allontana le probabilità di procreare naturalmente.

Insomma, se si guardano i fatti invece delle teorie utopiche, appare ovvio che certe scelte ne escludano altre, o che comportino un prezzo consistente. Per esempio, avere dei figli e prendersene cura sottrae tempo ed energie alla relazione di coppia: quindi può essere ragionevole scegliere tra avere una coppia molto legata e felice (ma senza figli), oppure avere dei figli ed accettare che la coppia risulti stressata e logorata.
L'ideale romantico dice che i figli completano la coppia, ma nella realtà le coppie con figli sono mediamente meno felici.

Perché la monogamia fallisce

Il lungo elenco di aspettative, e le contraddizioni che contiene, sono una delle ragioni primarie per cui le coppie monogamiche spesso falliscono ("monogamia" nel senso moderno e romantico, ovvero di coppia in cui i partner trovano il pieno appagamento emotivo, sessuale e pratico).
Il modello monogamico moderno promette tutta quella felicità: questo è uno dei motivi per cui così tanti ci credono, nonostante la quantità di tradimenti e separazioni che lo smentiscono. Ma quando - nel tempo - molte di quelle aspettative vengono disattese, ecco che ce la prendiamo col partner, o ce ne andiamo per riversare quella speranza in una nuova relazione.

Esigenze contrastanti

In ogni relazione l'altro avrà bisogni e preferenze diversi dai nostri (perché è un individuo, non un nostro clone). Quindi a volte sarà necessario scegliere chi dei due soddisfare, chi ha la priorità, chi "vince".
L'idea di "avere tutto" in una relazione include l'aspettativa che il partner sia sempre al nostro servizio, che esista per soddisfarci. Nella realtà le differenze portano a discussioni e conflitti, e necessariamente a rinunce da parte di uno dei due.

Il mito della "persona giusta"

Molti si oppongono a queste obiezioni attaccandosi all'illusione della "persona giusta", ovvero all'idea del partner su misura con cui essere sempre d'accordo, che ci rende sempre felici. Ma nella realtà non esiste l'uomo ideale e nemmeno la donna perfetta: esistono solo esseri umani limitati e imperfetti (a cominciare da noi stessi).

“Non esiste l'uomo ideale
e nemmeno
la donna perfetta”

Scegliere un obiettivo e realizzarlo

Qualsiasi persona razionale e ragionevole, che non si lasci sedurre dai miti dei media, riconosce che non può avere tutto. Ma questo significa rinunciare ad essere felici? Piuttosto il contrario: come abbiamo visto all'inizio, avere di più nella propria vita non rende necessariamente felici. Ed inseguire il sogno di "avere tutto" rende sicuramente infelici (perché non si raggiunge mai).
Chi vorrebbe avere (o fare) tutto, spesso è una persona insoddisfatta di sé e della propria vita, che non ha chiaro cosa fare della propria esistenza; così si convince che "avere tutto" la renderà finalmente appagata. Ma perseguire questa illusione la porta a disperdersi in troppe direzioni, o a perseguire obiettivi contraddittori.

Cosa fare allora? Scegliere quello che per noi è veramente importante, e dedicarsi a realizzarlo.
Spesso volere tutto porta a disperdere il nostro tempo ed energie. E' più fruttuoso e appagante fare poche cose e farle bene, che farne molte in modo mediocre. Quando scopriamo quello che per noi è davvero prezioso, rinunciare al resto non è più una perdita, ma un passo necessario per concentrarci sulla nostra soddisfazione più profonda.

E' vero che l'ambizione ci spinge verso traguardi più elevati. Ma è anche vero che, per molti versi, accontentarsi ci aiuta a vivere meglio e più serenamente.

"Nella vita moderna il superfluo è tutto."
(Oscar Wilde)

"La felicità non è avere tutto, ma cadere e poi risollevarsi."
(Confucio)

"La felicità non è fare tutto ciò che si vuole, ma volere tutto ciò che si fa."
(Friedrich Nietzsche)


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