8 ragioni per cui tutti soffriamo

Spesso capita di chiedersi le ragioni della propria sofferenza, o di stupirsi nel vedere quanto comune sia vedere persone che soffrono.
  • Molti non si capacitano di tutto questo dolore, forse perché ritengono che sia naturale essere felici, e vedono il dolore come una "anomalia".
  • Alcuni si sentono confusi o smarriti, specialmente se credono ad una figura divina amorevole ed onnipotente: "Se Dio ci ama, com'è possibile che questo accada?".
  • Certi sono convinti che tutto questo sia dovuto a "figure oscure", a qualche personaggio malevolo come rappresentato nei film popolari o di supereroi - dove il "cattivone" viene sconfitto e tutto ritorna in pace.

La vita comporta sofferenza

Sull'argomento della sofferenza io concordo con il buddismo, che afferma: "La vita è sofferenza" (o, per meglio dire, nella vita sono inevitabilmente inclusi sofferenza, impermanenza e cambiamento). Quindi la sofferenza è naturale, è parte dell'esistenza stessa, ed è per molti versi inevitabile.
Se crediamo che così non sia, è perché ci hanno "raccontato delle favole", cioè instillato convinzioni che non corrispondono alla realtà (per esempio l'idea di un dio per cui siamo creature privilegiate, o che siamo tutti buoni ma qualche malvagio rovina tutto, o che la felicità sia un diritto, o che ci venga naturale - tutte cose smentite dai fatti).

Capisco che le mie affermazioni possano lasciare increduli: dopo tutto, se vi siete sentiti dire certe cose da una vita, è difficile metterle in discussione. Quindi elenco otto ragioni che dimostrano come la sofferenza sia "normale", spesso inevitabile, e parte della vita stessa.
Naturalmente non vi chiedo di credermi sulla parola. Considerate ognuna di queste ragioni e confrontatela con la realtà, con i fatti concreti; e decidete voi se corrisponde al vero.


Otto ragioni per cui tutti soffriamo

1. Il mondo non è fatto per renderci felici

Pensare che la realtà sia "al nostro servizio" è una forma di egocentrismo clamorosa. Il mondo esisteva molto prima che noi umani entrassimo in scena (siamo "appena arrivati", in tempi cosmici), e continuerà ad esistere molto dopo che ci saremo estinti. Quindi credere che il mondo esista per farci contenti è una follia, che porta inevitabilmente ad aspettative illusorie, delusione e rabbia.

La felicità non è scontata, è un'arte. L'arte non accade di default, per conto suo: va creata con talento, impegno, sacrificio e un pizzico di (o molta) fortuna. La felicità idem. Se uno non coltiva e mette in atto le sue capacità di creare felicità, questa non avverrà (o avverrà di rado, per colpi di fortuna).

2. Non siamo progettati per essere felici - ma per sopravvivere e riprodurci

La felicità è per noi un sottoprodotto, una casualità, un dono dal cielo. L'amigdala, parte del cervello che domina le nostre scelte istintive e viscerali (reazioni "fight or flight", di lotta o fuga), dà una priorità assoluta alla sopravvivenza, e ben poca alla felicità (semmai favorisce il piacere temporaneo, che è cosa diversa).
Potremmo pensare che la nostra parte razionale (neo-corteccia) compensi. Ma nel nostro cervello le parti istintive ed emozionali (come pure l'inconscio), che puntano alla sopravvivenza e a difenderci molto più che alla felicità, sono preponderanti. La neo-corteccia è, sia in termini evolutivi che funzionali, "l'ultima arrivata".

Similmente, le nostre scelte sentimentali sono per lo più guidate da istinti e pulsioni innate, che non hanno come scopo la felicità o il benessere, ma la riproduzione dei propri geni. Essere attratti da qualcuno non dà alcuna garanzia di una relazione felice: è un "trucco" della Natura per indurci a procreare.
"Il sesso è una trappola della natura per evitare l'estinzione."
(Friedrich Nietzsche)

Non c'è quindi da stupirci se le nostre relazioni sono spesso così complicate, insoddisfacenti e deludenti. Il Romanticismo ci dice che lo scopo dell'amore è essere felici insieme, ma la Natura ha priorità ben diverse.

3. Abbiamo aspettative elevate e illusorie, e che diamo per scontate

A molti sembra naturale essere felici, si aspettano che gli altri li rendano felici (i partner), o che si prendano cura di loro (la famiglia, lo Stato). Di conseguenza vivono come bambini passivi, in attesa della "manna dal cielo".
Non si prendono attivamente la responsabilità della propria vita (o lo fanno solo in parte), delegando ad altri questo compito. Tutte le persone che si lamentano abitualmente, che fanno le vittime e si piangono addosso, ma non agiscono per migliorare la situazione, rientrano in questo schema.

Una differenza con epoche precedenti è che, in passato, le persone non si aspettavano di essere felici (il loro obiettivo primo era sopravvivere): vivevano esistenze ben più difficili, e avevano aspettative molto più basse. Oggi invece ci sentiamo in diritto di essere felici (aspettativa che conduce alla delusione). Molte persone soffrono perché si aspettano una vita a "livello 100", e non sanno godersi la loro vita a "livello 30".

4. I media alimentano le nostre illusioni

Pubblicità, social network, ma anche testate informative, continuano a mostrarci vite ideali e sogni in technicolor che ci fanno sentire inferiori, ed in cui tutti sono più belli e felici di noi. Questo alimenta aspettative irreali (la ragazza che vorrebbe un fisico da modella, l'uomo che vorrebbe il posto da manager...) e una continua rincorsa verso una ipotetica felicità futura ("Sarò felice quando...") che non si raggiunge mai (la felicità esiste solo nel momento presente).

Ma la responsabilità non è solo dei media falsi e manipolatori: spesso ci lasciamo ingannare perché vogliamo essere ingannati (sedotti, illusi). Poiché la realtà è sovente scomoda o deludente, rifiutiamo di riconoscerla ed invece siamo pronti a credere alle favole, ad ascoltare il "canto delle sirene".

Come detto nel punto precedente, la felicità (o sofferenza) è direttamente collegata alle aspettative: se io mi aspetto 25 ed ottengo 50, sarò felice; se mi aspetto 75 ed ottengo 50 sarò addolorato. Eppure in entrambi i casi ho ottenuto lo stesso risultato!
In certe culture (o in alcune epoche passate), dove non si esaltano ego ed individualismo, e dove si insegna la moderazione ("In medium stat virtus", la virtù sta nel mezzo), l'accontentarsi e l'adattarsi (Stoicismo), in media le persone sono meno stressate, più serene e più contente della loro vita.

5. Combattiamo con la realtà, invece di accettarla o di collaborare con essa

Se combatto contro l'inevitabile (come la morte) perderò sempre e comunque. Se mi aspetto che la realtà si adatti a me (invece che essere io ad adattarmi ad essa), avrò risultati scarsi o nulli. Invece di vederci - con umile realismo - come piccole particelle di un mondo sconfinato, spesso ci aspettiamo che sia il mondo a girare intorno a noi.

Questo tipo di mentalità "narcisista" ("Il mondo esiste per me, per servire me") è alla base di molte delle sofferenze moderne. Il narcisismo altrui ci fa arrabbiare, ma il nostro ci appare giustificato. Una tendenza egocentrica o narcisista è insita nell'essere umano, ma la società moderna l'ha alimentata a livelli mai visti prima.

6. I genitori sono incompetenti

Molte sofferenze e problemi nascono da esperienze infantili negative o traumatiche. I genitori sbagliano spesso, anche con le migliori intenzioni, perché:
  • A. Errare è umano e inevitabile
  • B. Praticamente nessuno insegna loro come fare
(da notare che B è rimediabile, mentre A no).

In aggiunta, le persone meno adatte a crescere figli (immature, nevrotiche, infelici, ignoranti, primitive...) sono quelle che più probabilmente fanno figli.
Le motivazioni a procreare sono per lo più irrazionali, e spesso sono reazioni a problemi personali (senso di vuoto, mancanza di scopo, insoddisfazioni, ambizioni irrisolte, solitudine e mancanza d'amore...). Raramente i figli crescono con intorno genitori saggi, sereni ed equilibrati.
Le conseguenze inevitabili sono moltitudini di persone problematiche, complessate e scarsamente capaci di affrontare l'esistenza.

7. La complessità della società aumenta continuamente.

Tecnologia, globalizzazione, legislazione, popolazione... la complessità è in continuo aumento, ovunque. Se da una parte questa complessità crescente ci offre sempre maggiori vantaggi (abbondanza di cibo, informazione, cultura, svago, sanità, comodità e lussi...), dall'altra la complessità ci genera ansia, inquietudine e frustrazione. Ci fa sentire smarriti e impotenti (tutto è sempre più complicato e meno comprensibile o gestibile).

Il contadino del 1300 viveva più sereno di noi, perché il suo mondo era circoscritto e statico; però un terzo dei contadini del 1300 sono stati sterminati dalla peste nera. Non si possono avere i vantaggi della modernità senza patirne gli svantaggi (e viceversa).

8. Il primo problema degli esseri umani, sono gli esseri umani stessi

Nel corso del tempo noi umani abbiamo eliminato, o fortemente ridotto, tutte le fonti di sofferenza esterne: malattie, scarsità, predatori, fattori ambientali (rimane la morte, però sempre più lontana). I problemi che ci creiamo noi stessi, però, rimangono i medesimi: siamo egoisti, miopi, insaziabili, concentrati sul breve periodo, litigiosi, vendicativi, prevaricatori. Dominiamo il pianeta, ma non sappiamo dominare noi stessi.

Di conseguenza, la maggior parte della sofferenza umana è creata da noi stessi: a mio parere, gli esseri umani sono fondamentalmente delle "teste di cavolo".
Disprezziamo le bestie, ma in realtà loro vivono più in pace, sereni e godendosi la vita di noi.


Considerazioni sulla sofferenza

Il mondo va sempre peggio?

Quando si parla di problemi e sofferenza, c'è sempre qualche "catastrofista" convinto di vivere in un mondo orribile che va sempre più decadendo, che la situazione non sia mai stata peggiore, e che in passato si stesse meglio.

Ma nonostante la loro forte convinzione, queste persone sono generalmente in errore:
  • La sofferenza è sempre esistita, e sempre esisterà (vedi citazione dal buddismo all'inizio).
  • Le lamentele sul decadimento della società, sulla perdita di valori, sui giovani che sono peggiori degli anziani, sono sempre esistite. Ne troviamo traccia già negli scritti degli antichi greci e romani.
  • Oggi abbiamo molta meno sofferenza materiale che in passato (il numero di persone in condizioni di povertà è in diminuzione da decenni).
    Però sembriamo avere più sofferenza emotiva e psicologica. Forse perché quando si era preoccupati per la sopravvivenza, non si aveva tempo per depressione o problemi esistenziali.

Quindi questo pessimismo è un errore di prospettiva, di solito dovuto ad ignoranza: chi crede di vivere in un'epoca peggiore del passato... di solito non conosce veramente com'era il passato.

La ricerca di un colpevole

Alcune persone sono convinte che i problemi del mondo siano causati da qualche individuo o gruppo di persone malvagi, che tessono trame oscure per rovinare o dominare le vite altrui. I complottisti rientrano in questa categoria.
Di fronte a problemi e sofferenze, quindi, costoro cercano un "colpevole". Ma esiste sempre un colpevole, un atto malvagio volontario?

Secondo me, a volte ci sono dei colpevoli e a volte no. A volte il dolore è semplicemente parte dell'esistenza. A volte gli eventi negativi succedono e basta, perché il mondo è caotico e non ordinato come vorremmo (vedi i concetti di caos e cosmos - disordine e ordine - nella filosofia greca). In inglese si dice "Shit happens", ovvero "Le cose brutte [merda] semplicemente accadono".

Quindi non sempre c'è un senso - o un colpevole - dietro gli eventi. Di nuovo, il mondo non gira intorno a noi o alle nostre esigenze: va per la sua strada.
Però ci sono sempre delle cause; e a volte noi stessi contribuiamo alle cause (per esempio se scelgo sempre un certo tipo di partner, o non affronto dei miei blocchi psicologici). Ma siccome riconoscere di essere parte del problema (essere con-causa) genera una responsabilità che la maggior parte delle persone rifiuta, costoro preferiscono dare la colpa all'esterno e cercare il colpevole in chiunque - tranne che in se stessi.
  • Chi cerca ossessivamente un colpevole, spesso è proprio chi rifiuta la responsabilità personale della propria sofferenza, quindi ha bisogno di trovare qualcun altro a cui attribuire la colpa.
  • Oppure è chi crede che la felicità sia il default (quello che accade di norma), e la sofferenza sia un'eccezione da eliminare. Quindi pensa "Dovrei essere felice, ma non lo sono, quindi qualcosa non va e dev'essere colpa di qualcuno".
Va anche detto che è normale (se non diventa ossessivo) voler identificare un colpevole, o una causa, per i propri problemi. Detestiamo sentirci all'oscuro, l'incertezza ed il caos, per cui cerchiamo istintivamente spiegazioni a quello che ci accade - anche quando non c'è una risposta logica o soddisfacente (per certi versi, le religioni nascono come tentativo di dare una risposta ai misteri dell'esistenza).

Affrontare la sofferenza, coltivare la felicità

Naturalmente, tutto questo non significa che dobbiamo rassegnarci alla sofferenza, o che dobbiamo subirla passivamente. Anche se l'esistenza non è "progettata" per renderci felici, abbiamo comunque la capacità di sentirci gioiosi, sereni ed appagati (basta non pretendere di esserlo sempre e comunque):
  • Possiamo partire dal distinguere tra quello che possiamo cambiare, e ciò che invece sfugge al nostro controllo e possiamo solo accettare (vedi "Preghiera della serenità").
  • Possiamo imparare ad affrontare la sofferenza - in modo da diventare capaci di subirla meno e gestirla meglio.
  • Quando certi eventi dolorosi si ripetono più volte in modo simile, è probabile che noi stessi contribuiamo ad essi (in qualche modo inconsapevole). Scoprire i meccanismi che ci portano a ripetere quei comportamenti, e capirne i motivi, può aiutarci ad uscirne.
  • Molta sofferenza non necessaria nasce dai conflitti con se stessi: questa può essere superata imparando ad accettarsi ed amarsi come siamo.
  • Infine, va ricordato che a volte la sofferenza può essere utile: può essere un sintomo che ci indica quello che non funziona nella nostra vita, od essere un'esperienza necessaria per imparare qualcosa, o contribuire alla nostra crescita come persona. Quindi a volte è benefico comprenderne il senso, invece di rifiutarla a priori.


"Un uomo che teme di soffrire, soffre già di quello che teme."
(Michel E. de Montaigne)

"Voler evitare ogni incontro col dolore significa rinunciare a una parte della propria vita umana."
(Konrad Lorenz)

"Incominciai anche a capire che i dolori, le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci scontenti e toglierci valore e dignità, ma per maturarci."
(Hermann Hesse)


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