Eliminare la sofferenza diminuisce la felicità

Oggi voglio fare qualche riflessione sul rapporto tra felicità e sofferenza.
Per "sofferenza" intendo - in senso ampio - qualsiasi sensazione spiacevole: fatica, sforzo, dolore fisico, delusione, desideri insoddisfatti, mancanza, vuoto... Mentre con "felicità" intendo uno stato positivo, una sensazione di benessere.

Felicità e sofferenza viaggiano spesso insieme

Alcuni pensano che felicità e sofferenza siano mutualmente esclusivi, ovvero che la presenza di uno corrisponda all'assenza dell'altro. In altre parole, credono che basterebbe eliminare qualsiasi motivo di sofferenza dalle loro vite, per essere felici.
In realtà, i due termini sono relativamente indipendenti, e possono coesistere. Un maratoneta che giunge al traguardo tra i primi, sarà al tempo stesso sia esausto e dolorante, che orgoglioso del suo piazzamento; la madre che la sera rimbocca le coperte al figlio che le sorride, sente pesare le fatiche e le difficoltà della giornata, ma sente ugualmente il cuore colmo d'amore e soddisfazione.
Volere ridurre al minimo le cause di sofferenza è umano, ma non è - in sè - una via che produce felicità; anzi, potrebbe anche portare all'effetto contrario!

Le due strade

Come osservò già Freud, gli esseri umani agiscono seguendo due impulsi primari: ricerca del piacere, e fuga dal dolore (è il "principio del piacere" - questa attitudine istintiva ha una controparte nel "principio di realtà", per cui l'individuo impara a posporre il piacere ed accettare la sofferenza, in vista di una necessità od obiettivo più elevato).
I due impulsi hanno peso diverso nei vari individui; alcuni danno più importanza alla ricerca del piacere, per altri è fondamentale minimizzare le sofferenze. Se la ricerca continua del piacere può comportare alcuni ovvi rischi e controindicazioni, la "fuga dal dolore" ha un lato oscuro che è meno evidente.
Chi teme molto la sofferenza vive sulla difensiva, ha un'attitudine pessimista e ansiosa; pensa sovente al peggio nella speranza di evitarlo, ma questo può portare proprio al risultato opposto, cioè a creare quel che si teme! (vedi post sulla profezia che si autoavvera). Vive insomma in uno stato di chiusura: limita le sue azioni, aspettative e percezioni (e spesso persino il suo respiro), per tenere lontano - e fuori da sè - quel che potrebbe ferirlo.
Se questa persona non ha particolari ambizioni, il suo comportamento può sembrare ragionevole e funzionale. Bisogna però considerare due fattori fondamentali, e spesso ignorati:
  • Un certo grado di sofferenza è inevitabile.
  • Chiudere fuori il dolore elimina anche il piacere.

Non si può eliminare la sofferenza

Non del tutto, almeno. Come ci ricorda il Buddhismo, ci sono almeno due ragioni per cui la sofferenza è inevitabile:
  • Alcuni nostri desideri non verranno soddisfatti.
  • Tutto è impermanente (cambia e finisce), perciò patiremo la perdita.
Anche la persona più ricca e potente del mondo, non potrà mai esaudire ogni suo desiderio: ci sarà sempre qualcosa al di là della sua portata. L'uomo è una "macchina dei desideri", che vuole sempre più di quello che ha. Questa ambizione inesauribile ha un potere creativo (ci induce ad evolverci), ma ci condanna anche a non essere appagati a lungo. Desiderare meno attenua questa sofferenza, ma è impossibile non desiderare nulla. Inoltre, il desiderio ci fa sentire vivi; ci spinge verso la vita e la realizzazione: senza desideri, siamo come morti (è questo lo stato del depresso).
Poiché tutto è in costante cambiamento, sperimenteremo la perdita di quello a cui teniamo: gli oggetti si logorano e guastano, le relazioni si modificano o terminano, idee e valori mutano, le persone muoiono. Possiamo evitare di attaccarci a cose e persone, ma mai del tutto.

Ne consegue che, per quanto possiamo sforzarci, una certa parte di sofferenza resterà comunque nella nostra vita. E' questo il significato della massima buddhista "La vita è sofferenza": non nel senso che è solo quella, ma nel senso che ne è parte inevitabile.
Anche il semplice esistere comporta un certo "peso" inevitabile: sopravvivere, alimentarsi, soddisfare i propri bisogni essenziali, sono attività necessarie che comportano impegno e fatica.
Per questo lo sforzo di chi evita la sofferenza a tutti i costi è - almeno in parte - destinato a fallire.

Chiudersi lascia fuori tutto quanto

Chi teme la sofferenza, o chi ha vissuto molte esperienze negative, sviluppa la tendenza a chiudersi: rischia meno, non osa, investe meno nelle relazioni, si tiene dentro quel che sente, non prova cose nuove, si fissa su abitudini e routine poco impegnative.
La tendenza alla chiusura si manifesta anche a livello fisico: una postura contratta (problemi a collo, spalle, spina dorsale), una minore percezione sensoriale, un respiro superficiale (il respiro profondo ci fa sentire più intensamente).
Insomma, questa persona tende a crearsi un "guscio" protettivo che la difenda. Il problema è che lo stesso guscio la isola dal mondo, dalla vita, dalle opportunità. Meno si "investe" nella vita (rischiando, aprendosi e sperimentando), meno se ne ottiene in ritorno. Per questo, maggiore è la chiusura, minori diventano il piacere, la gioia, la felicità, l'amore.
E' un po' come vivere in una caverna: minacce e pericoli restano fuori, ma con loro anche l'aria fresca e la luce.

In pratica, chi privilegia la "fuga dal dolore" finisce sì col diminuire la sofferenza (ma non completamente), ma riduce al minimo (o a zero) anche il piacere e la felicità.
Si ritrova quindi con una vita che in cui rimane solo sofferenza (anche se ridotta). Paradossalmente, proprio quello che cercava di evitare!
Tra l'altro, è una delle strade per cui si arriva alla depressione: chiudendosi sempre più si finisce col non sentire più niente, col trovarsi in uno stato di "vuoto cosmico" in cui nulla ha più senso o valore.

Porre l'accento sulla felicità

Considerati questi fattori, si comprende come sia necessario accettare una ragionevole sofferenza come parte stessa della vita. Volerla diminuire è accettabile, volerla eliminare finisce col costarci caro.
Invece, è fruttuoso porre l'accento sulla ricerca del "piacere" (in senso ampio) e sulla creazione della felicità, intesa come coltivazione di quello che ci fa stare bene. Notando pure come una buona dose di felicità ci porta a sentire meno la sofferenza: proprio come nel nostro corpo le endorfine (neuro-trasmettitori) attenuano la percezione del dolore fisico, a livello psicologico più abbiamo motivi di gioia e meno ci pesano le sofferenze (come la madre nell'esempio all'inizio). Quindi un modo creativo di diminuire la sofferenza, è proprio quello di aumentare la felicità.
Insomma, è più proficuo puntare ad accrescere la gioia e il piacere, piuttosto che a diminuire la sofferenza.

Il "Sì" che apre le porte

In un certo senso, è benefico coltivare l'attitudine al "Sì", diventare - per dirla all'americana - uno "Yes Man". Non nel senso negativo di subire e assecondare tutti, ma in quello positivo di rispondere affermativamente a quello che la vita ci propone, invece di tendere alla diffidenza e al rifiuto.
Poiché non possiamo - di norma - prevedere il futuro e le conseguenze delle nostre scelte, l'attitudine al "Sì" apre le porte ad opportunità che non possiamo immaginare: l'evento inaspettato potrebbe portarci fastidi o problemi, ma anche doni e possibilità imprevedibili! Se non diciamo "Sì", non lo scopriremo mai.
A questo proposito, è divertente e istruttiva la lettura del libro "Yes Man" di Danny Wallace (Mondadori ed.), da cui è stato anche tratto il film omonimo. Il protagonista, giunto a una crisi esistenziale e ispirato da un incontro provvidenziale, prova a vivere dicendo "Sì" a qualsiasi cosa; attraversa situazioni imprevedibili ed assurde, e scopre che la sua vita diventa sì più scomoda e faticosa, ma anche molto più interessante ed appagante.
Naturalmente, non è facile vivere da "Yes Man": ogni "Sì" ci espone a un rischio, mentre il "No" ci protegge. Però, ogni "Sì" è un'opportunità, mentre ogni "No" è una perdita.

Investire per guadagnare

Infine, va ricordata la massima anglosassone "No pain, no gain" ("Senza sofferenza non c'è guadagno"), che ci ricorda come ogni conquista comporti un prezzo da pagare. Non va presa alla lettera (a volte possiamo arrivare a buoni risultati creativamente, senza sofferenza), nè in senso punitivo, ma certamente creare la nostra felicità richiede un impegno e un'accettazione di rischi.
Per questo, se davvero vogliamo essere felici, accetteremo di buon grado gli imprevisti e le sofferenze che incontreremo sul nostro cammino, perché sappiamo che sono "scalini" necessari per giungere ad una felicità più alta.

"Voler evitare ogni incontro col dolore significa rinunciare a una parte della propria vita umana."
(Konrad Lorenz)


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2 commenti :

  1. E se poi si investe in sofferenza, si è disposti al rischio e si ha la mente aperta e flessibile e non mai arriva neppure un pelino di felicità?
    In questa sua equazione tra sofferenza e felicità manca un dato fondamentale.
    La fortuna.
    La fortuna non arriva mai da sola, bisogna trovarsi nel posto giusto al momento giusto, come quando si va per prendere un treno.
    Ciò non toglie che il treno potrebbe non passare mai perchè per te la casualità non prevede più corse o sono eccessivamente distanti nel tempo.
    E che si fa poi? Ci si taglia la gola?

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    Risposte
    1. Non esistono certezze. Esistono solo possibilità, e probabilità.
      Per cui aprirsi al rischio e alla sofferenza non garantisce migliori risultati, ma aumenta significativamente le proprie probabilità di appagamento. Secondo me, ne vale la pena.
      Se poi va male... rimane almeno la consolazione di averci provato.

      Quanto alla fortuna, voglio citare un famoso golfista, Ben Hogan:
      "Più faccio pratica, più divento fortunato"
      Il che vuol dire, nuovamente, che solo impegnandoci possiamo aumentare le nostre chances. Più investiamo, più ci prepariamo, più rischiamo, e maggiori le nostre possibilità di essere "fortunati" diventano.
      La fortuna aiuta, ma senza impegno personale serve a ben poco: se non sono in grado di cogliere un'occasione, l'occasione va sprecata.

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