Per conquistare qualcuno, prova ad essere autentico

Qual è il miglior modo per avere successo nelle relazioni? E per "conquistare" una persona che ci piace? E' meglio cercare di compiacere gli altri, assecondarli, magari manipolarli... oppure è meglio essere sinceri, mostrarsi per come si è?
Insomma, seguire una strategia oppure essere autentici? L'approccio migliore, direi, dipende da quello a cui puntiamo:
  • Se vogliamo solo ottenere qualcosa a breve termine, allora è probabile che sia più adatta la strategia.
  • Ma se quel che ci interessa è la qualità e la profondità della relazione, allora essere autentici appare la via migliore.
Eppure, osservo con stupore quanto spesso le persone (anche nelle relazioni profonde), fatichino ad essere autentiche. Anche con partner e amici, quante volte ci nascondiamo? Quante volte recitiamo una parte, o tratteniamo quello che ci "pesa" dentro?

Preciso che sto parlando principalmente di relazioni personali; le situazioni lavorative sono un caso diverso. Nel lavoro è abbastanza ovvio che si punta a un risultato, più che alla relazione in sé; essere amici del capo o dei clienti può essere piacevole, ma l'obiettivo è - in genere - il reddito.
Questo non vuol dire che la falsità sul lavoro sia necessariamente remunerativa, anzi: l'onestà alla lunga rende meglio. Però gli scopi sono diversi: nel lavoro, non siamo lì per mostrare chi siamo, quanto per offrire una prestazione o servizio.

Autenticità e strategia

Quando parlo di autenticità, intendo dire "Mostrare quello che siamo e sentiamo, la propria verità, essere trasparenti e senza maschere". Non per uno scopo, ma solo perché è quello che siamo (possiamo avere uno scopo, ma questo non influenza il nostro comportamento).
In parole povere, "Essere se stessi".

Con strategia intendo, invece, qualsiasi atteggiamento che sia mirato ad ottenere un certo scopo. Non implica necessariamente falsità, ma non è nemmeno autentico, perché non spontaneo: se sorrido per rendermi simpatico, ma non corrisponde a ciò che sento in quel momento, è una strategia. Può accadere intenzionalmente, o involontariamente.
Qualche esempio di strategie:
  • Dire quel che non sentiamo davvero, o tacere quel che sentiamo
  • Nascondere un'emozione (specialmente negativa), o mostrarne una che non proviamo
  • Fare cose di cui non abbiamo alcuna voglia, fingendo di farle volentieri
  • Non fare le cose che corrispondono ai nostri gusti, per assecondare quelli altrui
  • Tenersi dentro pensieri, desideri, fantasie, sofferenze, che vorremmo invece condividere
Non sto implicando che usare strategie sia sbagliato o immorale. Anzi, spesse volte è necessario o richiesto. Tutti tendiamo ad usare delle strategie nelle relazioni:
  • Perché temiamo il giudizio altrui
  • Perché abbiamo bisogno di approvazione
  • Perché temiamo di non piacere per come siamo
  • Perché vogliamo ottenere qualcosa
  • Per evitare di ferire le persone
Ma, al tempo stesso, sentiamo anche l'esigenza di essere noi stessi; vorremmo poterci lasciar andare, ed essere accettati e amati per quello che siamo.

Essere se stessi è una chimera?

La spontaneità è - relativamente - un mito: in quanto creature sociali e bisognose degli altri, non siamo mai del tutto spontanei. Nella vita sociale è abbastanza scontato usare strategie, non solo per ottenere qualcosa, quanto per regole sociali e buona convivenza. Veniamo educati fin da piccoli a compiacere gli altri in questo modo.
Le piccole bugie vengono definite un "lubrificante sociale", proprio perché senza di esse si creerebbero continui attriti. Tutti abbiamo insicurezze, fragilità e punti deboli che non vogliamo vengano urtati.

Nelle relazioni profonde, invece (siano esse sentimentali o di amicizia), l'autenticità è sia una possibilità che un'esigenza; in questo tipo di relazioni:
  • Vogliamo fidarci e sentire che l'altro è onesto, non ci sta ingannando, non mira a usarci: abbiamo bisogno e pretendiamo che l'altro sia autentico.
  • Vogliamo "lasciarci andare", calare le maschere e smettere le recite: abbiamo bisogno di sentirci liberi, di poter essere autentici.
Ma quante volte riusciamo ad essere noi stessi? Quando non ci riusciamo, qual è il motivo?
E specialmente quando una relazione sta nascendo, è meglio essere strategici o autentici?

I motivi per cui fingiamo

Il motivo fondamentale per cui fingiamo di essere diversi da quel che siamo, è la paura di essere giudicati negativamente e respinti. Se desideriamo entrare in relazione con qualcuno, temiamo di essere rifiutati; se siamo in una relazione, temiamo di essere puniti o abbandonati.
(Possiamo anche farlo per evitare di ferire qualcuno, ma è una motivazione minore).

E' quella paura, insieme al desiderio di ottenere quel che vogliamo (e la paura di non riuscirci), che ci induce ad usare strategie: tendiamo a credere che più compiaceremo l'altro, più facilmente otterremo quel che desideriamo da lui o lei (e per molti versi funziona).
Se, invece, ci comportiamo semplicemente per come siamo, c'è sempre la possibilità di non piacere o - addirittura - di allontanare l'altro. Adottare strategie sembra quindi l'atteggiamento più efficace: l'altro è contento, e noi con lui/lei!
Ci sono però diversi rischi o effetti collaterali dell'usare strategie:
  • E' moralmente discutibile, perché stiamo "ingannando" qualcuno: nella misura in cui il nostro comportamento non corrisponde a quello che siamo e sentiamo realmente, siamo artificiosi. Anche se magari con le migliori intenzioni (p.es. vogliamo farlo felice).
    C'è sempre il rischio di manipolare l'altro (fargli fare quel che altrimenti non farebbe) o di usarlo.
  • A livello pratico, non si può fingere all'infinito. Per errori involontari o per stanchezza, prima o poi l'artificio salterà fuori, e l'incoerenza con quel che siamo si manifesterà.
    Quando accadrà, la relazione ne soffrirà; l'altro potrà sentirsi ingannato, deluso, tradito.
  • Inoltre può rivelarsi controproducente (specialmente alla lunga), perché le persone - in genere - percepiscono l'artificiosità, e diffidano delle persone innaturali o poco spontanee.
  • Infine, non abbiamo mai la certezza di essere apprezzati o amati per quel che siamo. Rimane sempre il dubbio che, se smettessimo di "recitare la parte", tutto potrebbe crollare.

I motivi per essere se stessi

Quindi, nella misura in cui usiamo delle strategie, rischiamo che la relazione ne risulti - prima o poi - danneggiata. Questo è particolarmente pericoloso agli inizi: se fondiamo la relazione su delle falsità (dicendo o facendo cose che non ci appartengono), essa si baserà su fondamenta fragili. Ciò può aumentare l'insicurezza e l'ansia di essere "scoperti", rendendo il relazionarsi un tormento (per lo sforzo di coprire le proprie finzioni), invece di un piacere.

D'altra parte, scegliere di essere autentici ci impone di confrontarci con le nostre insicurezze: la paura di non piacere, di non valere, di "non essere abbastanza". Potremmo dire che la capacità di essere autentici è direttamente proporzionale alla propria autostima.
Quando questa è abbastanza solida, accettiamo il rischio: se all'altro piaciamo per quel che siamo, bene... altrimenti, va bene lo stesso. Non cadrà il mondo; sopravviveremo; troveremo altre persone più in sintonia con noi.
Quando diventiamo abbastanza forti da trascurare le "vocine interiori" che ci ripetono "Non fare questo...! Devi fare quello...! Così non vai bene...", e ci concediamo il "lusso" di essere semplicemente quello che siamo, scopriamo un modo di relazionarci diverso e molto più sereno:
  • Meno stancante: non ci sforziamo più di fare cose controvoglia.
  • Meno stressante: non dobbiamo più indossare "maschere", né ricordarci di essere coerenti per evitare di scoprirci.
  • Ci sentiamo amati realmente: il sentimento dell'altro è rivolto a quello che noi siamo (e non alla "maschera").
  • Scopriamo una nuova qualità di relazione, più piena e appagante (finché nascondiamo la nostra verità, il livello rende a rimanere superficiale).
  • Viviamo nell'accettazione, di noi stessi e dell'altro.

Amare con autenticità

La scelta di essere autentici è particolarmente importante nelle relazioni a cui teniamo maggiormente. E' infatti indispensabile per creare qualità e profondità. Se non siamo autentici noi, non potrà esserlo la relazione.
Quando amiamo davvero qualcuno, il gesto più coraggioso che possiamo fare è proprio quello di lasciar cadere ogni maschera e mostrare il proprio volto. Per quanto la paura sia grande, senza quell'atto di onestà il nostro amore risulterebbe vuoto, privo di consistenza.
Chi ami, se ami qualcuno che non sono davvero io?
Come amo, se chi ti ama non è colui che tu credi?


Anche quando incontriamo qualcuno che ci piace molto, e faremmo di tutto per conquistarlo, e abbiamo timore di fare la minima cosa che possa contrariarlo...
Non facciamoci dominare dalle paure: teniamo presente che se il nostro obiettivo è l'amore, esso si costruisce sulla verità. Chiediamoci cosa vorremmo dall'altro (sincerità o piacevoli bugie?), e comportiamoci di conseguenza.
Se il nostro sentimento è sincero, esso verrà quasi sempre apprezzato, in qualche modo. Come ha scritto Dante, chi viene amato non rimane indifferente ("Amor, ch'a nullo amato amar perdona").
Certo è possibile che l'altra persona non ci ricambi allo stesso modo (ricordiamo che è impossibile piacere a tutti), se non corrispondiamo ai suoi gusti. Ma in questo caso non potremmo comunque fare molto: anche fingendo di essere come l'altro vorrebbe, è una recita che non può durare all'infinito. Senza contare che, il più delle volte, è difficile sapere cosa vogliono gli altri; per cui si rischia di recitare un "ruolo" sbagliato e inefficace!
Allora, tanto vale essere autentici e... se siamo ricambiati, saremo amati per quel che siamo. In caso contrario, troveremo altrove qualcun'altro che ci apprezzerà.

Autentici, non indifferenti od ossessivi

E' il caso di precisare che l'autenticità ha uno scopo positivo, che rispetta l'altro. Essere autentici...
  • Non vuol dire agire sempre di testa propria, senza curarsi degli altri. Una persona "autentica" rispetta gli altri quanto rispetta se stesso.
  • Non vuol dire imporsi sull'altro, scaricare su di lui/lei quel che sentiamo senza riguardo, sopraffarlo con i nostri bisogni o problemi.
  • Non vuol dire ossessionare una persona che ci piace, ma che non ci ricambia o che non è interessata.
  • Non significa rinunciare alla propria privacy. Va bene avere dei segreti, se così vogliamo: autenticità non significa scoprire parti di noi che preferiamo - per il momento - tenere private.
  • Non significa nemmeno dire tutto quel che ci passa per la mente. Certi pensieri possono risultare fastidiosi, o dolorosi, o irrilevanti. Sta alla nostra sensibilità stabilire se rivelarli può arricchire la relazione o meno.
Naturalmente, ci saranno momenti in cui non abbiamo chiaro cosa sentiamo, non sappiamo quale sia la cosa migliore da fare; in cui avremo dei dubbi su cosa vuole l'altro, su cosa è meglio per lui o lei. In caso di dubbi, autenticità vuol dire esprimerli, condividerli, confrontarsi con l'altro.

Una relazione autentica è formata da persone che si vengono incontro e crescono insieme. Mentre in una relazione basata sulle strategie, ciascuno è concentrato principalmente su cosa vuole ottenere.

"Senza essere e rimanere se stessi, non c'è amore."
(Martin Buber)

"Quello che sono sarebbe sufficiente, se solo lo fossi a viso aperto."
(Carl Rogers)

"L'amore non bisogna implorarlo e nemmeno esigerlo.
L'amore deve avere la forza di attingere la certezza in se stesso.
Allora non sarà trascinato, ma trascinerà."

(Hermann Hesse)

2 commenti :

  1. tutte balle, dopo una certa età non c'è autenticità, in nessuno, tutti vogliono una sola cosa, prevalere sull'altro, in un mondo di bugiardi chi dice la verità è un alieno, e alla fine si adegua, la vita è una trappola infame, nessuno vuole veramente amare, perché amare significa dare POTERE all'altro, e chi è disposto ad amare, o accetta di dare potere all'altro, quindi accetta un ruolo subalterno, o è destinato a rinunziare ad amare, perché chi ama davvero con autenticità finisce inevitabilmente nell'incappare in chi se ne approfitta solo per acquisire POTERE, PER QUANTO MI RIGUARDA HO SMESSO DI AMARE, per non avere un ruolo subalterno, faccio eccezione solo per i miei figli, ma anche lì bisogna stare attenti, perché tenderanno ad approfittarsene anche loro, ma almeno loro, li amo lo stesso sempre e comunque

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    1. Caro Anonimo,
      quando qualcuno afferma a gran voce che le cose stanno solo e soltanto in un modo, raramente sta parlando della realtà; solitamente sta parlando di se stesso, e specialmente delle sue paure e ferite.
      La realtà è complessa e multiforme, non c'è mai un colore solo. Così, chi dice "Sempre rosso!" o "Solo blu!", evidentemente non riesce a vedere tutte le tonalità e sfumature.

      In genere, chi vede le cose come succede a te, è stato talmente ferito e deluso che si convince che tutto è negativo, per giustificare la propria sofferenza e proteggersi dalla sua ripetizione: prevedere il peggio fa credere che riusciremo ad evitarlo, o saremo quantomeno preparati.
      Purtroppo non funziona molto, anzi, come ho scritto nel mio articolo sulle convinzioni che tendono a realizzarsi ("Se ci credi, diventerà vero (per te)", Novembre 2009).
      Di conseguenza (e come confermato anche da sperimentazioni pratiche), all'ottimista le cose tendono ad andare bene, e al pessimista ad andare male (le loro "profezie" tendono a realizzarsi).

      Il fatto è che non sappiamo mai, con certezza, come sarà la persona che abbiamo davanti, come si comporterà, cosa succederà fra noi. Spesso troviamo incomprensibili perfino noi stessi, figuriamoci gli altri! La cosa più onesta da dire sarebbe "Non lo so", ma questa incertezza genera angoscia, per cui ci lanciamo in pregiudizi o ci convinciamo di sapere come andrà.

      Ma la realtà riuscirà sempre a sorprenderci... siamo in 7 miliardi di persone, come potremmo mai capire e prevedere cosa farà ognuno di loro? ;-)

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