La frustrazione serve per imparare a vivere

La nostra tendenza naturale è di evitare il più possibile le frustrazioni. Ancor più i genitori, solitamente, cercano di evitare ai loro figli difficoltà, frustrazioni e sofferenze. Benché l'intento sia positivo, il risultato non lo è quasi mai.
Il fatto è che affrontare difficoltà e frustrazioni - in misura ragionevole - ci spinge a migliorare, ci tempra e rafforza, ci fa diventare adulti. Ancor più, ci rende resistenti alle frustrazioni stesse, e capaci di affrontarle.

Sviluppare la resistenza

Una persona che non si sia mai trovata ad affrontare problemi e frustrazioni, non avrà mai sviluppato certe potenzialità; sarà rimasta acerba e "larvale". E, soprattutto, non avrà sviluppato la resistenza alle frustrazioni: nel momento in cui si troverà frustrato da qualcosa (ed è inevitabile che capiti, nel "mondo reale"), si sentirà sopraffatto e reagirà esageratamente.
E' un evento che si osserva facilmente nei figli iperprotetti dai genitori: quando si trovano a vivere nel "mondo reale" (non più indulgente nei loro confronti), vanno facilmente in crisi di fronte a difficoltà e conflitti, con due tipi di reazione: crollo emotivo ("Non ce la faccio!"), o superbia egocentrica ("Come ti permetti di farmi questo!"). Ovviamente, entrambe le reazioni sono disfunzionali e portano a patologie comportamentali.

Mantenere allenati corpo e mente

Il problema è simile al mantenimento della forma fisica: se non faccio mai movimento e sforzi fisici, il mio corpo funzionerà al minimo delle sue capacità. E nel momento in cui sarà richiesto uno sforzo maggiore (una corsa, una giornata frenetica... anche un amplesso focoso!), il mio corpo cederà e avrò un crollo.
Una illusione diffusa è che più la vita è comoda, meglio è; in realtà, gli esseri umani sono "progettati" per affrontare difficoltà e sfide, sia a livello fisico che mentale. Vivendo una vita troppo confortevole, senza esercizio fisico, stimoli emozionali e sfide intellettuali, avviene un decadimento progressivo. Pensiamo alla classica situazione di qualcuno sul divano a guardare la TV (attività che richiede un impegno minimo): è facile notare come, a lungo andare, si tenda all'atrofia.

Dallo stress all'avventura

In sintesi: per mantenere una buona capacità ed efficienza, è necessaria una certa dose di fatica e sforzo, sia a livello emozionale che fisico.
Per questo è buona cosa accogliere le frustrazioni come parte di una "vita sana": invece di evitarle ad ogni costo, vederle come "sfide", opportunità e "allenamento" per essere persone migliori. Come lo sport può trasformare la fatica in divertimento, così un'attitudine creativa verso le frustrazioni può vederle come situazioni stimolanti che ci inducono ad evolverci. Un'attitudine coraggiosa e "avventurosa", del tipo "Ah! Caspita... questa è dura. Vediamo cosa riesco a inventarmi stavolta!". :-D
Lo stress è la reazione a un problema che ci crea difficoltà: trovare una soluzione creativa o riuscere ad adattarsi, accresce il nostro orgoglio e l'autostima per aver saputo fronteggiare l'evento. Ogni volta che affrontiamo con successo una situazione frustrante, ne usciamo rafforzati e maggiormente in grado di superare quella successiva.

Peraltro, questa è una caratteristica comune a tutte le persone di successo: affrontare le situazioni problematiche invece di sfuggirle, imparare dagli errori invece di evitarli ad ogni costo, rialzarsi dopo un crollo invece di arrendersi e, come conseguenza, evolversi diventando persone con maggiori capacità.

Genitori che lasciano andare i figli

Tornando al caso dei genitori, è necessario che comprendano l'importanza di non proteggere eccessivamente i propri figli. Schermarli dalla realtà, proteggerli dalla "fatica di vivere" avrà gravi conseguenze sul loro futuro: non potranno crescere e diventare persone adulte ed efficaci; resteranno "bambini" disorientati di fronte alla complessità della vita (almeno in parte).
Un buon genitore protegge il figlio da pericoli gravi e gli evita frustrazioni eccessive; ma, al tempo stesso, sa "farsi da parte" e lasciare che il figlio sperimenti il dolore, la frustrazione, le difficoltà, le conseguenze dei propri errori. Solo così potrà imparare ad affrontarle; solo così diventerà un "adulto" (non solo in senso anagrafico).
Il buon genitore è presente e il figlio sa di poter contare sul suo aiuto; ma lascia che il figlio cammini con le proprie gambe.

"Tutta la vita è risolvere problemi."
(Karl R. Popper)


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Amare una persona "ferita": sarà grata o risentita?

Molte volte, in passato, mi sono sentito attratto da donne "sofferenti", che recavano segni di ferite emozionali, di una vita sofferta o problematica. Probabilmente è per un meccanismo di affinità, di somiglianza: avendo io il mio bagaglio di ferite, sento queste persone simili a me.
In teoria, quando si ama una persona "sofferente" questa dovrebbe essere ben contenta e disponibile (se corrispondiamo ai suoi gusti, ovviamente!); poiché si è sentita amata poco e/o male, viene da pensare che reagirà positivamente all'essere amata. In realtà spesso non funziona così, ed è questo il tema della mia riflessione.
Ripensando a questo tipo di situazioni, ho identificato due dinamiche fondamentali che possono accadere, due tipi di reazione a cui la persona "ferita" tende: risentimento o gratitudine.

Risentimento

Metto questa per prima perché pare la più frequente. E non a caso: il dolore, le delusioni, le frustrazioni generano ovviamente una reazione emozionale negativa. E' normale che una persona "ferita" provi rabbia e risentimento.
Il problema è quando la persona, invece di reagire creativamente e superare quello stato, rimane abitualmente nel risentimento, che diventa l'attitudine con cui si approccia al mondo (e specialmente alle relazioni). In questi casi, spesso è come se le nuove persone che incontra (e specialmente i nuovi partner) debbano "pagare" per le sofferenze da lei subite in precedenza, o "risarcirla" per i guai passati.
In pratica, sui nuovi partner (o aspiranti tali) viene scaricato il peso del passato; una sorta di "vendetta tardiva" su chi arriva dopo. E molto spesso senza alcuna spiegazione, perché la persona "ferita" è in preda a una reazione istintiva, di cui solitamente non ha consapevolezza.
A volte queste persone scaricano persino la colpa degli avvenimenti passati, anche se il nuovo partner non c'entra nulla! Atteggiamenti rabbiosi del tipo "Voi uomini siete tutti...", sono un tipico riversare ferite del passato su situazioni nuove (anche se, magari, il partner nuovo non è assolutamente quel tipo di uomo).
(NB: sto usando un esempio al femminile, perché a me più noto, ma queste dinamiche accadono in entrambi i sessi)

Accade così che, spesso, il nuovo partner (anche se animato dalle migliori intenzioni) si scoraggi, o rimanga confuso, o - giustamente - reagisca negativamente perché sa di non aver fatto nulla per meritare quel trattamento. La conclusione abituale è che la relazione si fa amara e conflittuale, e facilmente termina.
A volte la persona "ferita" vive il suo risentimento come una sorta di "prova d'amore": se l'altro non si scoraggerà, nonostante tutto, allora dimostrerà di amarla veramente. Purtroppo la mancanza di una comunicazione chiara impedisce che l'altro comprenda le vere ragioni dei conflitti, ed è difficile accettare di essere maltrattato senza saperne il motivo.
Inoltre, chi coltiva il risentimento vive ancorato al passato. Per questo motivo, l'amore nel presente difficilmente basta (il passato non si cambia); anche un amore sincero rischia di logorarsi, vedendo che il risentimento permane e il nostro amore pare non bastare mai a lenire le vecchie ferite.

Gratitudine

Quando, invece, la persona ferita ha la maturità emotiva per gestire la sua rabbia e superare il risentimento (col tempo necessario), comprende che il passato è ormai alle spalle, e non ha nessuna utilità trascinarselo dietro. Capisce anche che ogni persona è un caso a sé, ed è assurdo partire da preconcetti basati sulle esperienze precedenti.
Il passato non è necessariamente destinato a ripetersi; anche se, ovviamente, è bene imparare dall'esperienza per non ripetere gli stessi errori. Ma occorre ricordare che ogni persona è un "mondo nuovo", a cui avvicinarsi con spirito aperto.
Liberata dalla zavorra (dal "veleno") del risentimento, questa persona tenderà a reagire con gratitudine a coloro che le dimostrano amore. Magari sarà necessario superare una certa diffidenza iniziale (le ferite inducono alla prudenza, comprensibilmente), farsi conoscere, dimostrare le proprie intenzioni positive.
Ma, una volta stabilito un clima di fiducia, questo tipo di persona si aprirà con gioia e riconoscenza; proprio perché ferita e poco amata, tenderà ad apprezzare particolarmente quello che riceve.

Meno bellezza, più amore?

Vorrei aggiungere che la gratitudine di cui parlo, spesso interviene quando capita di interessarsi a persone poco avvenenti. Essendo abituate a sentirsi poco desiderate e apprezzate, non è raro che il sentirsi finalmente amate generi - a sua volta - un amore e una devozione particolari (mentre una persona molto attraente tende a dare per scontato l'interesse che riceve).
Questo se, ovviamente, la persona in questione non ha sviluppato il risentimento radicato di cui parlavo all'inizio.

Il potenziale dei partner "feriti"

Interessarsi a persone "ferite" non è, in sé, negativo. Spesso sono persone profonde e con personalità complesse, sensibili e intense. Se anche voi lo siete, è più facile che vi capiate e possiate condividere il vostro mondo interiore con una persona simile. Se la relazione funziona, è probabile che questa persona vi sappia ripagare ampiamente.
E' bene, però, fare attenzione a chi ha fatto del risentimento uno stile di vita. Questo vale specialmente se avete la tendenza a fare i "salvatori", o le "crocerossine"; costoro sperano sempre - in cuor loro - di "guarire" qualcuno dal dolore, ma non è possibile guarire gli altri, solo se stessi. Specialmente con una persona risentita e rancorosa, gli sforzi di "salvarla" sono quasi sempre destinati a fallire.

Se incontriamo sempre quel tipo di partner

Infine, se siete particolarmente attratti da persone "ferite", o se tendete a ripetere quel tipo di esperienza, sarebbe il caso di chiedersi il motivo. Specialmente se costoro vi rifiutano, o quelle relazioni non portano nulla di buono.
In questi casi, è possibile che abbiate - in realtà - un bisogno profondo di occuparvi delle vostre ferite, che tendete a ignorare e proiettare all'esterno. Purtroppo, le relazioni basate sulle proiezioni non funzionano mai, perché non vediamo la persona reale, ma il nostro "fantasma" che gli proiettiamo addosso.
In casi come questi, la necessità fondamentale è iniziare a prendersi cura di se stessi. E' solo quando abbiamo almeno un po' d'amore per noi stessi, che possiamo iniziare ad amare realmente gli altri. :-)

"E' più facile all'immaginazione comporsi un inferno con il dolore
che un paradiso con il piacere."

(Antoine de Rivarol)

Chiedere un lavoro, od offrire una capacità?

Lavorando da decenni come free-lance, mi sono trovato ad affrontare innumerevoli colloqui di lavoro. Nel tempo, ho potuto osservare come la mia attitudine sia cambiata, dall'ansia alla (relativa) sicurezza e serenità.
Ovviamente ciò è dovuto alla mia accresciuta professionalità (so bene qual è il mio valore), ma non solo; quello che fa la differenza è un cambio di prospettiva.
Se un tempo andavo ai colloqui focalizzato sull'ottenere un lavoro, ultimamente il mio focus è sull'offrire dei servizi; so che le mie capacità possono offrire una risposta ai problemi del cliente, e quindi sono consapevole che loro hanno - potenzialmente - bisogno di me.
Questo cambio di attitudine cambia radicalmente lo stato d'animo: ci sentiamo in una posizione di potere quando "diamo", molto più di quando "chiediamo". Quando sto offrendo qualcosa mi sento forte, quando la chiedo mi sento debole e bisognoso.

Il mio suggerimento per quelli che cercano un lavoro, quindi, è di cambiare prospettiva: smettere di agire come "questuanti" di lavoro, e vedersi come persone valide che offrono capacità preziose per l'azienda. Se voi offrite qualcosa di valore, sono (anche) loro che hanno bisogno di voi.

Crescere sempre

Naturalmente, per poter adottare questa attitudine è necessario possedere delle capacità da offrire. Meno ho da offrire, più mi sentirò in una posizione debole e irrilevante. Per arrivare a questo, è necessario coltivare i propri talenti, crescere (sia come persone che professionalmente), investire su se stessi. Imparare costantemente, non smettere mai di evolversi e aspirare a diventare una persona migliore. Chi si ferma (nel crescere) è "perduto".
Le aziende cercano collaboratori che sappiano aiutarle a crescere, cercano talenti. Se mostrate talenti (utili all'azienda), susciterete interesse. Non a caso, il "talento" era una moneta antica di alto valore.

Creare esperienza coltivando le capacità

Mi rendo conto che, per chi è agli inizi, la mancanza di esperienza costituisce un handicap significativo. Ma anche per gli inesperti ci sono possibilità.
Si può coltivare un bagaglio di capacità anche per conto proprio, studiando e approfondendo, magari eseguendo dei lavori per pura passione. Offrire servizi a conoscenti, su una base di scambio o in forma gratuita. Proporre collaborazioni ad associazioni ed enti. Se abbiamo delle capacità da offrire, ci sarà sempre qualcuno che ha bisogno di noi: sta a noi trovarlo e proporsi. Sarà comunque un'esperienza preziosa.

Anche se andiamo a un colloquio per un primo lavoro, ma abbiamo da mostrare di avere sviluppato qualcosa di valido e apprezzato, se dimostriamo di avere passione, volontà e iniziativa, faremo comunque una impressione migliore di chi ha solo da mostrare un "pezzo di carta". Dimostrare abnegazione, capacità e determinazione, può fare una grande differenza.

L'unica via sicura per la sconfitta è stare seduti ad aspettare che sia il mondo ad accorgersi di noi.

"Usa i talenti che possiedi. Il bosco sarebbe molto silenzioso,
se cantassero solo gli uccelli che cantano meglio."

(Henry Van Dyke)


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Perché ci innamoriamo, perché finisce

Si può essere innamorati per sempre?

Uno dei desideri più diffusi nelle coppie, è che l'innamoramento (e/o gli stati d'animo ad esso collegati: passione, forte attrazione, emozioni travolgenti...) durino per sempre. Ed uno dei lamenti più comuni nelle coppie di lunga data, è proprio la perdita di emozioni intense.
Questo "desiderio di eternità" è pericoloso specialmente per coloro che identificano l'amore con la passione; quando quest'ultima va scemando, infatti, costoro pensano che pure l'amore stia finendo. E magari lasciano il/la partner, nella continua ricerca di un'emozione ardente che non si spenga mai...

Ma funziona davvero così? Quanto queste idee sono reali oppure dei miti?
Essere sempre innamorati è possibile, o accade solo nelle favole?

L'innamoramento ha una "scadenza"

Per iniziare, la scienza smentisce le aspettative eccessivamente romantiche. Diverse ricerche, infatti, hanno stabilito che lo stato di innamoramento dura normalmente tra 12 e 18 mesi, raramente fino a tre anni. Esiste in noi una specie di meccanismo innato, per cui le relazioni sentimentali attraversano quattro fasi, di cui quelle iniziali dell'attrazione e dell'innamoramento sembrano "programmate" per una durata massima.

La chimica dell'amore - e della passione

Questo accade anche perché certe emozioni sono indotte e regolate da neurotrasmettitori ed ormoni ben precisi: gli amanti pensano di agire liberamente e che sia il sentimento a guidarli, ma sono spesso queste molecole a "dettare legge" in amore e legarci così fortemente al partner. Nelle fasi iniziali dell'attrazione e dell'innamoramento, infatti, aumenta la produzione di:
  • Feniletilamina: ha effetti simili alle anfetamine (euforia, eccitazione, aumento dell'energia, dell'attenzione e del desiderio sessuale, diminuzione dell'appetito), ed è per questo che essere innamorati è per molti versi simile al sentirsi drogati (le reazioni chimiche nel cervello sono le stesse).
    E' anche presente in alcuni cibi come il cioccolato; questo spiega perché chi soffre di pene d'amore cerca spesso consolazione in questo alimento.
  • Dopamina: chiamata anche "molecola del piacere", influenza i meccanismi di soddisfazione, motivazione, ricompensa e gratificazione (p.es. induce a perseguire comportamenti che la producono e che creano piacere, da cui l'ossessione verso il partner).
  • Testosterone: regola il desiderio sessuale e, ovviamente, il suo aumento induce un maggiore desiderio.
  • Noradrenalina: è un ormone dello stress, regola funzioni collegate a situazioni di rischio (aumento di battito cardiaco, respirazione e pressione, rilascio di adrenalina), e contribuisce a provocare quegli stati fisici di agitazione, ansia ed eccitazione tipici dell'innamoramento (p.es. il famoso "batticuore").
Superate le fasi di attrazione e innamoramento, i livelli di queste sostanze calano e, di conseguenza, anche le emozioni e l'intensità che provocavano in noi.

L'altro è davvero speciale, o lo vediamo noi speciale?

Quindi la biochimica interna gioca una parte importante nelle nostre scelte sentimentali: la chimica dell'innamoramento ci spinge infatti a vedere l'altro migliore di quello che è: ci appare speciale, unico e insostituibile, sembra la realizzazione del nostro ideale e che sia destino stare insieme. Ma spesso queste sensazioni non sono basate sulle qualità reali del partner, bensì sono create dagli effetti di quelle molecole nel nostro cervello.
Che questo sia vero (ed accada praticamente a tutti) è illustrato da vari fenomeni:
  • Agli inizi, se messi di fronte all'ipotesi della fine dell'innamoramento, o al fatto che tante coppie poi si separano, o agli amori infelici del passato, ci ritroviamo a dire le frasi di tutti gli amanti: "Questa volta è differente", "Per noi due sarà diverso", "Stavolta è quello giusto"...
    Ci convinciamo di essere speciali, rifiutando di riconoscere che le cose che accadono agli altri, accadono quasi sempre anche a noi.
  • Dopo un certo tempo (quando la fase dell'innamoramento comincia a sbiadire) vediamo il partner in una luce diversa: non più perfetto e ideale, scopriamo suoi difetti (che però esistevano anche prima), magari iniziamo ad avere dei dubbi sulla relazione.
    In pratica, passiamo da una visione idealizzata (e in parte illusoria) ad una più reale. A volte l'amore e la relazione continuano, altre volte finiscono.
  • Non di rado, dopo la fine di una passione travolgente ci si ritrova a chiedersi "Ma cosa ci trovavo di tanto speciale in lui/lei?".
  • Se la relazione finisce, prima o poi ci innamoriamo di nuovo (magari diverse volte nella vita); ed ogni volta l'altra persona ci appare unica e insostituibile.
    L'innamoramento è "una magia che si ripete", anche se ogni volta ci sembra "per sempre".

Le forti emozioni dell'innamoramento diminuiscono (o spariscono) anche perché dopo un certo periodo scopriamo che l'altro non è così speciale come credevamo. Non solo c'è la diminuzione fisiologica delle sostanze sopracitate, ma quando non siamo più "drogati" da quelle sostanze, vediamo l'altro per come realmente è; ed è possibile che la persona reale ci deluda, ci piaccia molto meno di quella idealizzata che avevamo creato nella nostra mente.

L'amore che non si consuma

Se invece non siamo ricambiati, o se veniamo lasciati mentre siamo ancora innamorati, lo stato dell'innamoramento può durare più a lungo, perché il suo "ciclo" non ha la possibilità di compiersi. Quindi la "tempesta" ormonale può prolungarsi, e non arriviamo a conoscere davvero l'altro (e ad esserne magari delusi).
Come dice un detto, "Un amore non consumato non si consuma"; ma non perché sia più nobile o puro, bensì perché può conservare a lungo i suoi aspetti illusori e idealizzati. Come dico più avanti, il più grande nemico dell'innamoramento è probabilmente la realtà, con la sua quotidianità, l'abitudine e la noia: l'innamoramento è uno stato di perfezione ideale, opposto all'inevitabile imperfezione della vita reale.

Tutto cambia, ma non sappiamo prevedere come

Un altro motivo per cui i sentimenti col tempo cambiano inevitabilmente, è che sono le persone stesse a cambiare. La persona di cui mi innamoro in questo periodo, sarà in qualche modo diversa tra un anno, o tra cinque o dieci; ed anch'io sarò diverso. Per cui la relazione tra noi per forza si trasformerà - in che modo, dipende da tanti fattori; ma di sicuro non potrà rimanere uguale a oggi.

Però ci è molto difficile immaginare questo cambiamento: come spiegato da Daniel Gilbert (professore di psicologia ad Harvard) nel suo libro "Stumbling on happiness" (ediz. italiana "Felici si diventa"), noi esseri umani siamo scarsamente capaci di prevedere le nostre emozioni future: immaginiamo il domani basandoci sulle emozioni di oggi, quindi tendiamo a credere che in futuro ci sentiremo come ci sentiamo al momento. Allo stesso modo, quando siamo innamorati tendiamo a credere che continueremo a provare le stesse emozioni anche a distanza di anni. Ma poiché le situazioni, e le persone, cambiano nel tempo, questa previsione si rivela quasi sempre errata.

L'innamoramento serve a farci procreare?

Da un punto di vista squisitamente biologico, il "meccanismo a tempo" dell'innamoramento ha peraltro un suo senso: se l'attrazione e la passione hanno lo scopo (biologico ed evoluzionistico) di indurre uomini e donne ad accoppiarsi e fare figli, una volta raggiunto questo risultato quella spinta non è più necessaria. Potremmo dire (come hanno sostenuto alcuni pensatori, quali Schopenhauer e Leopardi) che la Natura "usa" le emozioni e gli istinti per indurci a perpetuare se stessa.
Personalmente, ritengo che questa visione sia riduttiva, benché funzionale da un certo punto di vista. Gli esseri umani sono più della somma dei loro istinti, pulsioni ed emozioni; inoltre, se è vero che certi meccanismi biochimici influenzano la nostra vita amorosa (come riportato sopra), è altrettanto vero che c'è molto di più, in noi, a muovere i sentimenti.

Dalla sicurezza, all'abitudine, alla noia

Questo "decadimento" dell'intensità emotiva resta però un fatto comunemente osservato nelle coppie. Oltre ai fattori sopra citati, credo che tra i principali elementi che lo provocano ci siano la stabilità e la sicurezza.
Noi umani cerchiamo sempre sicurezza e stabilità; questo è ancora più vero nelle coppie. L'impermanenza di ogni cosa ci inquieta e ci spinge a creare, nelle nostre vite, punti fermi e situazioni solide.
Il guaio è che l'intensità delle emozioni è inversamente proporzionale alla sicurezza! Quando non siamo certi di "possedere" l'amato bene, quando temiamo di perderlo, quando la sua presenza è incerta e sporadica... il desiderio è spasmodico e averlo vicino ci provoca le emozioni più intense. Maggiore è il bisogno, più ardente è il "fuoco" che ci brucia dentro.
Ma poi, man mano che la coppia si consolida e il partner diventa una presenza sicura, abituale, persino scontata, il bisogno e l'incertezza dei primi tempi non possono che diminuire, e con essi l'intensità emotiva. Sono l'incertezza e l'alternanza a suscitare le emozioni più forti: assenza/presenza, mancanza/appagamento, vuoto/pieno... è il contrasto tra questi stati opposti, e il cambiamento che provoca in noi, a stimolarci. Per quanto desideriamo la stabilità, essa produce una quiete emozionale.
Non a caso, molte relazioni "clandestine" o difficoltose durano diversi anni (proprio perché la distanza e l'impossibilità di rendere stabile la relazione mantengono alta l'intensità emotiva), ma si spengono poi rapidamente quando la coppia può vivere la relazione senza più ostacoli.

Ricordiamoci che, insita nell'animo umano, c'è la tendenza a desiderare sempre quello che non abbiamo. Così anche nelle relazioni, quando siamo travolti dalle emozioni desideriamo la sicurezza... ma quando l'abbiamo raggiunta, tendiamo ad "annoiarci" e sentiamo nuovamente il bisogno di emozionarci. Questa dinamica può essere uno dei motivi che facilita "l'apparizione" di un/a amante; non necessariamente la mancanza d'amore per il partner, ma - magari - la noia della routine o l'eccessiva tranquillità di una situazione abitudinaria.

L'Energia delle Nuove Relazioni

Un altro modo per definire lo stato travolgente ed entusiasmante (ma per molti versi effimero e temporaneo) dell'innamoramento, è il concetto di Energia delle Nuove Relazioni (in inglese "New Relationship Energy"); termine ancora nuovo in Italia, ma che nasce negli anni '80 in USA.
Questa energia è tipica dell'inizio di tutte le relazioni romantiche, in cui siamo esaltati e felici, ma anche inclini a idealizzare l'altro e ad ignorarne i difetti. Per certi versi, è uno stato necessario perché ci spinge a superare le paure, la diffidenza e le differenze che potrebbero ostacolare l'inizio della relazione. Anche questa energia è però soggetta ad esaurirsi nell'arco di qualche mese o anno.

Dall'innamoramento all'amore

Questo calo dell'intensità emotiva, se la coppia ha delle valide basi, si accompagna ad una crescita dell'intimità e della profondità del sentimento. Possiamo semplificare dicendo che l'innamoramento (se era basato sulla persona reale, e non solo su illusioni o proiezioni) tende a trasformarsi in un amore meno travolgente ma più maturo.
Questo può appagare alcuni, ma non coloro che identificano - come dicevo all'inizio - la passione con l'amore, o quelli che dipendono da emozioni continue. Costoro si sentiranno delusi e inappagati, e ripartiranno alla ricerca del loro "santo graal". Rischiando di non trovarlo mai.

Meno stabilità, più cambiamento

In conclusione, per mantenere un buon equilibrio di coppia nel tempo, è importante:
  • Non sopravvalutare l'innamoramento o i suoi effetti (in amore c'è molto di più che il batticuore).
  • Non aspettarsi che le emozioni si mantengano sempre uguali (tutto ciò che è vivo cambia).
  • Non confondere la passione con l'amore.
  • Non sopravvalutare sicurezza e stabilità; tenere presente che inducono alla "piattezza".
  • Mai dare l'altro per scontato, e mai essere scontati nella coppia (ciò che è scontato, perde valore); questo va, ovviamente, contro il bisogno di sicurezza.
  • Rinnovare la coppia: inventarsi giochi, situazioni, attività che forniscano stimoli e diversificazione (l'abitudine spegne le emozioni).
  • Crescere come persone, individui, per noi stessi, prima ancora che come partner: se io cresco, è improbabile ch'io risulti banale o scontato.
  • Crescere insieme come coppia, coltivando progetti e obiettivi comuni (non solo materiali): la dinamica del cambiare approfondisce la relazione ed evita la noia.

"Drogati" di emozioni?

Infine, se osserviamo che non sappiamo fare a meno del batticuore e delle emozioni mozzafiato, possiamo chiederci se non siamo troppo "dipendenti" da essi.
Dietro potrebbero esserci una certa immaturità emotiva, una difficoltà a stare con se stessi (le emozioni servono a "distrarci"), un'idea dell'amore troppo idealizzata, o una difficoltà a vivere una relazione in modo più "adulto" e stabile.

"Si dovrebbe essere sempre innamorati.
Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi!"

(Oscar Wilde)


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Quando le donne vogliono tutto

Il genere femminile è stato oppresso e sottomesso dagli uomini per millenni. Le donne avevano pochi o nessun diritto, e potevano aspirare a ben poco. Ora le cose stanno cambiando e le donne - giustamente - rivendicano i loro diritti... ma non sarà che, a volte, esagerano e pretendono di avere tutto?

Una lunga storia di sottomissione

Nei secoli passati le donne sono spesso state considerate deboli o futili, incapaci di raziocinio o semplicemente sciocche, in combutta col demonio, forse anche prive di anima (!), e sempre e comunque inferiori ai maschi. Per calcolo, per senso di colpa o per tenerle buone, veniva loro concessa una serie di "privilegi" (corteggiarle, mantenerle, proteggerle...).
E' solo nel XX secolo che le cose hanno iniziato a cambiare e, prima di arrivare ad una effettiva parità, la strada è ancora lunga. Peraltro sono abbastanza certo che - prima o poi - ci arriveremo, perché una civiltà non può dirsi tale finché discrimina metà dei suoi cittadini.

Per buona parte della mia vita ho appoggiato il femminismo, vedendolo come sostenitore della parità dei sessi e di uguali diritti e doveri. Negli ultimi anni però, ho notato che parte del movimento femminista sembra più interessato ad una "supremazia femminile" (le donne prima di tutto e tutti), che ad una reale parità.

Le donne non sono mai contente...?

Allo stesso modo, osservo casi frequenti in cui le donne (forse per reazione ai secoli di oppressione, forse perché è nella natura umana non accontentarsi mai) vogliono tutto: sia i nuovi diritti che i vecchi "privilegi".
Forse anche grazie alla loro mente fantasiosa ;-) alcune sono capaci di volere una cosa ed anche il suo contrario; ne vedo molte che...
  • Vogliono un uomo "duro", pieno di forza virile... ma profondamente sensibile e gentile
  • Vogliono un uomo sicuro di sé... ma che le assecondi senza contraddirle
  • Vogliono che sia sincero... ma che non dica cose che le feriscono
  • Vogliono l'indipendenza economica... ma pure che l'uomo paghi il conto
  • Vogliono che venga riconosciuta la loro forza... ma pure che gli si aprano le porte
  • Vogliono un uomo romantico e sognatore... ma che sappia fare l'idraulico, il falegname e il meccanico
  • Vogliono un uomo che le protegga... ma che le lasci libere
  • Vogliono un amante appassionato... ma a cui vada bene l'astinenza quando loro non sono in vena
  • Vogliono un uomo che le ami alla follia... ma che non le faccia sentire soffocate
  • Se ti imponi sei un prepotente... ma se ti imponi per loro, sei un vero uomo
  • Se le desideri sei un maiale... se non le desideri sei un finocchio
Non è un po' troppo? Non si cade nella contraddizione o nella pretesa di perfezione?

L'utopia dell'uomo perfetto

Una donna potrebbe replicare "Non ho diritto a tutto questo?"; forse sì, ma volerlo tutto da un uomo solo, è alquanto utopico!
Forse la donna ha in sé lo Yin e lo Yang, la capacità di vivere e riunire gli opposti, di comprendere in sé gli estremi... il che è molto bello, però è illusorio pensare che un solo uomo possa riunire in sé ogni qualità desiderabile: questo accade solo nelle commedie romantiche e nei romanzi rosa (non a caso, da alcuni definiti "pornografia femminile", in quanto veicolo di fantasie irreali).

Va anche detto che questa tendenza a volere tutto ha delle basi biologiche innate: in particolare, la psicologia evoluzionistica spiega come la strategia riproduttiva delle femmine, includa due pulsioni ben diverse e - spesso - in opposizione. In altre parole, questo essere incontentabili e insoddisfatte è parte della Natura, non è una scelta volontaria.

Accogliere le differenze

Forse è anche a causa di queste pretese, che molti uomini si sentono disorientati e le temono, o cercano compagne in culture dove la donna è ancora "tradizionale" o sottomessa (paesi dell'Est europeo, Oriente...).
Per vivere relazioni positive, è necessario rivalutare e accettare le differenze tra i due sessi; nel senso di riconoscere le peculiarità di ciascuno, e non pretendere che l'altro le rinneghi o si modelli sui nostri desideri. Forse riconoscere che l'altro sesso non sarà mai del tutto come lo vorremmo è una via saggia per relazionarsi serenamente.
In fondo, il sesso opposto ci stimola e ci intriga anche perché è diverso da come siamo noi; apprezzare queste differenze, vuole anche dire accoglierle pure quando non ci fanno comodo.

Una storia per sorridere...

Per terminare su una nota di buon umore, riporto una storiella divertente che può apparire eccessiva, ma che - come sempre fa l'umorismo - poggia almeno in parte su una base di realtà.
In centro città hanno aperto un nuovo negozio dove le donne possono scegliere e comprare un marito. All'entrata sono esposte le istruzioni su come funziona il negozio:
  • Puoi visitare il negozio solo una volta.
  • Ci sono sei piani e le caratteristiche degli uomini migliorano salendo.
  • Puoi scegliere qualsiasi uomo ad un piano oppure salire al piano superiore.
  • Non si può ritornare al piano inferiore.

Una donna decide di andare a visitare il Negozio di Mariti per trovare un compagno. Al primo piano l'insegna sulla porta dice: "Questi uomini hanno un lavoro." La donna decide di salire al successivo.
Al secondo piano l'insegna sulla porta dice: "Questi uomini hanno un lavoro, e amano i bambini." La donna decide di salire al successivo.
Al terzo piano l'insegna sulla porta dice: "Questi uomini hanno un lavoro, amano i bambini e sono estremamente belli." "Wow!" pensa la donna, ma preferisce salire ancora.
Al quarto piano l'insegna sulla porta dice: "Questi uomini hanno un lavoro, amano i bambini, sono belli da morire e aiutano nei mestieri di casa." "Incredibile! - esclama la donna - Sono davvero tentata...!" Ma sale ancora.
Al quinto piano l'insegna sulla porta dice: "Questi uomini hanno un lavoro, amano i bambini, sono belli da morire, aiutano nei mestieri di casa e sono estremamente romantici." La donna valuta se restare e sceglierne uno, ma poi decide di salire all’ultimo piano.
Sesto piano: "Sei la visitatrice n. 31.456.012 di questo piano. Qui non ci sono uomini, questo piano esiste solamente per dimostrare quanto sia impossibile accontentare una donna."

Di fronte a questo negozio è stato aperto un Negozio di Mogli, dove gli uomini possono scegliere la propria compagna.
Al primo piano ci sono donne cha amano fare sesso.
Al secondo piano ci sono donne che amano fare sesso e non sono rompiscatole.
I piani dal terzo al sesto non sono mai stati visitati.

Niente è mai abbastanza - neanche lei stessa

Se questa storiella ha un fondo di amarezza, forse ancora più triste è che quella attitudine incontentabile, la maggior parte delle donne la applica prima di tutto a se stessa: quante si sentono sempre inadeguate, non sono mai contente del loro aspetto, non sono mai soddisfatte di quello che riescono a fare?
Forse, se quelle donne riuscissero ad accettare le proprie imperfezioni, ad amarsi come sono, a riconoscere il loro valore, riuscirebbero anche ad accettare gli uomini con i loro limiti.

"I briganti ti chiedono la borsa o la vita.
Le donne le vogliono tutte e due."

(Samuel Butler)


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Eliminare la sofferenza diminuisce la felicità

Oggi voglio fare qualche riflessione sul rapporto tra felicità e sofferenza.
Per "sofferenza" intendo - in senso ampio - qualsiasi sensazione spiacevole: fatica, sforzo, dolore fisico, delusione, desideri insoddisfatti, mancanza, vuoto... Mentre con "felicità" intendo uno stato positivo, una sensazione di benessere.

Felicità e sofferenza viaggiano spesso insieme

Alcuni pensano che felicità e sofferenza siano mutualmente esclusivi, ovvero che la presenza di uno corrisponda all'assenza dell'altro. In altre parole, credono che basterebbe eliminare qualsiasi motivo di sofferenza dalle loro vite, per essere felici.
In realtà, i due termini sono relativamente indipendenti, e possono coesistere. Un maratoneta che giunge al traguardo tra i primi, sarà al tempo stesso sia esausto e dolorante, che orgoglioso del suo piazzamento; la madre che la sera rimbocca le coperte al figlio che le sorride, sente pesare le fatiche e le difficoltà della giornata, ma sente ugualmente il cuore colmo d'amore e soddisfazione.
Volere ridurre al minimo le cause di sofferenza è umano, ma non è - in sè - una via che produce felicità; anzi, potrebbe anche portare all'effetto contrario!

Le due strade

Come osservò già Freud, gli esseri umani agiscono seguendo due impulsi primari: ricerca del piacere, e fuga dal dolore (è il "principio del piacere" - questa attitudine istintiva ha una controparte nel "principio di realtà", per cui l'individuo impara a posporre il piacere ed accettare la sofferenza, in vista di una necessità od obiettivo più elevato).
I due impulsi hanno peso diverso nei vari individui; alcuni danno più importanza alla ricerca del piacere, per altri è fondamentale minimizzare le sofferenze. Se la ricerca continua del piacere può comportare alcuni ovvi rischi e controindicazioni, la "fuga dal dolore" ha un lato oscuro che è meno evidente.
Chi teme molto la sofferenza vive sulla difensiva, ha un'attitudine pessimista e ansiosa; pensa sovente al peggio nella speranza di evitarlo, ma questo può portare proprio al risultato opposto, cioè a creare quel che si teme! (vedi post sulla profezia che si autoavvera). Vive insomma in uno stato di chiusura: limita le sue azioni, aspettative e percezioni (e spesso persino il suo respiro), per tenere lontano - e fuori da sè - quel che potrebbe ferirlo.
Se questa persona non ha particolari ambizioni, il suo comportamento può sembrare ragionevole e funzionale. Bisogna però considerare due fattori fondamentali, e spesso ignorati:
  • Un certo grado di sofferenza è inevitabile.
  • Chiudere fuori il dolore elimina anche il piacere.

Non si può eliminare la sofferenza

Non del tutto, almeno. Come ci ricorda il Buddhismo, ci sono almeno due ragioni per cui la sofferenza è inevitabile:
  • Alcuni nostri desideri non verranno soddisfatti.
  • Tutto è impermanente (cambia e finisce), perciò patiremo la perdita.
Anche la persona più ricca e potente del mondo, non potrà mai esaudire ogni suo desiderio: ci sarà sempre qualcosa al di là della sua portata. L'uomo è una "macchina dei desideri", che vuole sempre più di quello che ha. Questa ambizione inesauribile ha un potere creativo (ci induce ad evolverci), ma ci condanna anche a non essere appagati a lungo. Desiderare meno attenua questa sofferenza, ma è impossibile non desiderare nulla. Inoltre, il desiderio ci fa sentire vivi; ci spinge verso la vita e la realizzazione: senza desideri, siamo come morti (è questo lo stato del depresso).
Poiché tutto è in costante cambiamento, sperimenteremo la perdita di quello a cui teniamo: gli oggetti si logorano e guastano, le relazioni si modificano o terminano, idee e valori mutano, le persone muoiono. Possiamo evitare di attaccarci a cose e persone, ma mai del tutto.

Ne consegue che, per quanto possiamo sforzarci, una certa parte di sofferenza resterà comunque nella nostra vita. E' questo il significato della massima buddhista "La vita è sofferenza": non nel senso che è solo quella, ma nel senso che ne è parte inevitabile.
Anche il semplice esistere comporta un certo "peso" inevitabile: sopravvivere, alimentarsi, soddisfare i propri bisogni essenziali, sono attività necessarie che comportano impegno e fatica.
Per questo lo sforzo di chi evita la sofferenza a tutti i costi è - almeno in parte - destinato a fallire.

Chiudersi lascia fuori tutto quanto

Chi teme la sofferenza, o chi ha vissuto molte esperienze negative, sviluppa la tendenza a chiudersi: rischia meno, non osa, investe meno nelle relazioni, si tiene dentro quel che sente, non prova cose nuove, si fissa su abitudini e routine poco impegnative.
La tendenza alla chiusura si manifesta anche a livello fisico: una postura contratta (problemi a collo, spalle, spina dorsale), una minore percezione sensoriale, un respiro superficiale (il respiro profondo ci fa sentire più intensamente).
Insomma, questa persona tende a crearsi un "guscio" protettivo che la difenda. Il problema è che lo stesso guscio la isola dal mondo, dalla vita, dalle opportunità. Meno si "investe" nella vita (rischiando, aprendosi e sperimentando), meno se ne ottiene in ritorno. Per questo, maggiore è la chiusura, minori diventano il piacere, la gioia, la felicità, l'amore.
E' un po' come vivere in una caverna: minacce e pericoli restano fuori, ma con loro anche l'aria fresca e la luce.

In pratica, chi privilegia la "fuga dal dolore" finisce sì col diminuire la sofferenza (ma non completamente), ma riduce al minimo (o a zero) anche il piacere e la felicità.
Si ritrova quindi con una vita che in cui rimane solo sofferenza (anche se ridotta). Paradossalmente, proprio quello che cercava di evitare!
Tra l'altro, è una delle strade per cui si arriva alla depressione: chiudendosi sempre più si finisce col non sentire più niente, col trovarsi in uno stato di "vuoto cosmico" in cui nulla ha più senso o valore.

Porre l'accento sulla felicità

Considerati questi fattori, si comprende come sia necessario accettare una ragionevole sofferenza come parte stessa della vita. Volerla diminuire è accettabile, volerla eliminare finisce col costarci caro.
Invece, è fruttuoso porre l'accento sulla ricerca del "piacere" (in senso ampio) e sulla creazione della felicità, intesa come coltivazione di quello che ci fa stare bene. Notando pure come una buona dose di felicità ci porta a sentire meno la sofferenza: proprio come nel nostro corpo le endorfine (neuro-trasmettitori) attenuano la percezione del dolore fisico, a livello psicologico più abbiamo motivi di gioia e meno ci pesano le sofferenze (come la madre nell'esempio all'inizio). Quindi un modo creativo di diminuire la sofferenza, è proprio quello di aumentare la felicità.
Insomma, è più proficuo puntare ad accrescere la gioia e il piacere, piuttosto che a diminuire la sofferenza.

Il "Sì" che apre le porte

In un certo senso, è benefico coltivare l'attitudine al "Sì", diventare - per dirla all'americana - uno "Yes Man". Non nel senso negativo di subire e assecondare tutti, ma in quello positivo di rispondere affermativamente a quello che la vita ci propone, invece di tendere alla diffidenza e al rifiuto.
Poiché non possiamo - di norma - prevedere il futuro e le conseguenze delle nostre scelte, l'attitudine al "Sì" apre le porte ad opportunità che non possiamo immaginare: l'evento inaspettato potrebbe portarci fastidi o problemi, ma anche doni e possibilità imprevedibili! Se non diciamo "Sì", non lo scopriremo mai.
A questo proposito, è divertente e istruttiva la lettura del libro "Yes Man" di Danny Wallace (Mondadori ed.), da cui è stato anche tratto il film omonimo. Il protagonista, giunto a una crisi esistenziale e ispirato da un incontro provvidenziale, prova a vivere dicendo "Sì" a qualsiasi cosa; attraversa situazioni imprevedibili ed assurde, e scopre che la sua vita diventa sì più scomoda e faticosa, ma anche molto più interessante ed appagante.
Naturalmente, non è facile vivere da "Yes Man": ogni "Sì" ci espone a un rischio, mentre il "No" ci protegge. Però, ogni "Sì" è un'opportunità, mentre ogni "No" è una perdita.

Investire per guadagnare

Infine, va ricordata la massima anglosassone "No pain, no gain" ("Senza sofferenza non c'è guadagno"), che ci ricorda come ogni conquista comporti un prezzo da pagare. Non va presa alla lettera (a volte possiamo arrivare a buoni risultati creativamente, senza sofferenza), nè in senso punitivo, ma certamente creare la nostra felicità richiede un impegno e un'accettazione di rischi.
Per questo, se davvero vogliamo essere felici, accetteremo di buon grado gli imprevisti e le sofferenze che incontreremo sul nostro cammino, perché sappiamo che sono "scalini" necessari per giungere ad una felicità più alta.

"Voler evitare ogni incontro col dolore significa rinunciare a una parte della propria vita umana."
(Konrad Lorenz)


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Se ci credi, diventerà vero (per te)

Nella nostra cultura c'è un concetto basato sul buon senso: "Se lo vedo, ci credo": è ragionevole e tutti tendiamo a crederlo.
E' però vero anche il suo contrario, ma questo sfugge ai più: "Se ci credo, (sarà probabile che) lo vedo". Ovvero, quando crediamo a qualcosa (anche se non corrisponde alla realtà), tendiamo a vederla, e a farla avverare.
E' quel fenomeno che in inglese si chiama "self-fulfilling prophecy" ("profezia che si autoavvera" - vedi la voce su Wikipedia): questo perché la nostra mente non è oggettiva, ma interpreta la realtà in base alle sue convinzioni. E le azioni che ne conseguono, possono portare proprio alla realizzazione di quello che temiamo.

Esempi antichi e moderni

La definizione moderna è opera del sociologo Robert K. Merton, ma il concetto era noto già agli antichi.
  • Merton fa l'esempio di una banca solida e affidabile. Se un giorno si diffondesse la voce - falsa - che la banca stia fallendo, i clienti correrebbero a ritirare i loro risparmi; ma poiché buona parte dei fondi di una banca sono investiti e non disponibili, la banca si renderebbe insolvente e finirebbe col fallire.
    La profezia, pur falsa, se creduta porterebbe alla sua realizzazione.
  • L'esempio antico più famoso è quello della tragedia greca di Edipo. Il padre Laio riceve la profezia che un giorno verrà ucciso da suo figlio; egli abbandona allora il bimbo alla morte, ma questi viene trovato e adottato da estranei (che non gli rivelano la sua origine). Diventato adulto, Edipo riceve la stessa profezia e, per evitare di uccidere quello che crede suo padre, abbandona la famiglia adottiva. Giunto nella sua città di nascita, ha uno scontro con uno sconosciuto e lo uccide, scoprendo poi che era sua padre.
    Anche qui, è il credere alla profezia che porta al suo compimento.
  • Su un piano più banale e quotidiano, pensiamo a un coniuge molto geloso. Il suo comportamento ossessivo e soffocante, ha buone probabilità di esasperare il/la consorte (pur se fedele), al punto da indurlo effettivamente al tradimento o all'abbandono.
  • Un altro esempio, molto concreto, è quello dell'effetto "placebo" in medicina: un falso medicinale (in realtà acqua colorata o pillole di zucchero), assunto da pazienti che lo credono vero, produce spesso un effetto simile al farmaco reale.

Convinzioni e influsso sulla realtà

Questa meccanismo ci mostra quanto le nostre convinzioni possano influire sulla situazione che viviamo (come spiegato anche nel post sul rapporto con la realtà).
Rivela anche il motivo per cui sia gli ottimisti che i pessimisti tendono ad "avere ragione" entrambi: poiché quello che ti aspetti tende ad avvenire, e tu stesso tendi a crearlo, ecco che all'ottimista le cose andranno tendenzialmente bene (esistono ricerche che lo dimostrano), mentre al pessimista andranno probabilmente assai meno bene (il che gli permetterà di dire, con magra soddisfazione: "Vedi che avevo ragione?").
Quindi, ottimisti e pessimisti finiranno con l'essere entrambi buoni "profeti" (pur con risultati opposti); il che confermerà le loro convinzioni, il che produrrà ulteriori risultati in accordo con esse, in un circolo virtuoso (o vizioso). Fino a che agiscono inconsapevolmente, entrambi crederanno di comprendere la realtà meglio dell'altro ma, in effetti, quello che fanno è contribuire a creare la realtà stessa.
A questo punto diventa evidente come sia importante, per vivere bene, coltivare convinzioni costruttive, ed eliminare quelle distruttive. Credere che "Le donne sono tutte interessate ai soldi" o "Gli uomini sono tutti traditori", ad esempio, non sono solo ottusi preconcetti (che ci creano difficoltà di relazione), ma ci indurrano ad incontrare (o scegliere) proprio quel tipo di persone! :-(
Anche se ognuno è convinto che le proprie idee siano corrette e rispecchino la realtà, tutti crediamo in molte cose false (perché ce le hanno insegnate da bambini, o non le abbiamo mai messe in discussione). E' quindi necessario analizzare e dubitare delle proprie convinzioni, specialmente se sono limitanti.

Attento a quello che credi

Questo concetto ricorderà ad alcuni quello del "pensiero positivo", ovvero che pensare positivamente conduce a risultati positivi (e viceversa). Ed effettivamente hanno una base simile.
Ma è importante sottolineare che non è tanto quello che pensiamo che produce effetti, ma piuttosto quello che crediamo. E' facile pensare "Voglio essere ricco; voglio essere amato" ma, se nel profondo crediamo in modo opposto (perché ne abbiamo paura o crediamo di non meritarlo), i risultati non verranno. Se in fondo a me stesso sono convinto di non valere, per quanto posso desiderare il successo, tenderò ad auto-sabotarmi (cioè ad agire in accordo con la mia convinzione, e a produrre risultati corrispondenti).
La mente umana ha un "meccanismo di coerenza", per cui tende a restare allineata ai propri pensieri, anche se ci rendono infelici (perché lo scopo della mente non è quello di renderci felici, ma di farci sopravvivere).

Il potere dell'inconscio

Le nostre convinzioni ci influenzano specialmente quando sono inconsce, ovvero quando non ne siamo consapevoli: quindi non possiamo gestirle né metterle in discussione. Agiscono per così dire "nell'ombra", e per questo possono facilmente "manovrarci". Come fili invisibili, ci tirano e ci guidano, e noi ci ritroviamo ad agire senza capirne il motivo (esempi classici sono l'ansia, la gelosia, la timidezza...).
E' quindi fondamentale fare chiarezza su quello a cui crediamo, per diventare consapevoli delle convinzioni che ci guidano e di come ci influenzano. Quando finalmente riconosciamo una convinzione negativa, acquisiamo la possibilità di metterla in discussione o di smontarla; non siamo più passivamente in suo potere.

Illuminare ciò che è oscuro

A questo punto, molti si chiederanno "Ma come posso conoscere le mie convinzioni inconsce?". Giustamente, l'inconscio è - per definizione - fuori dalla nostra coscienza. Anche se esistono tecniche psicologiche per "portarlo alla luce", spesso non è facile.
Un metodo è quello di osservare i nostri comportamenti, o i risultati: poiché le convinzioni ci "manovrano" (specialmente quelle inconsce), comportamenti e risultati li rispecchieranno. Questo può essere difficile da "digerire" (è più comodo attribuire gli insuccessi alla "sfortuna" o a mancanze altrui), ma siamo sempre noi i primi creatori della nostra vita (anche quando non ce ne rendiamo conto).
Se osservo un mio comportamento (specie se ripetuto), posso desumere che ci sia dietro una certa convinzione:
  • Per esempio, molti anni fa mi innamoravo quasi sempre di ragazze che mi rifiutavano; credevo che accadesse perché ero poco attraente, finché ho scoperto di avere la convinzione inconscia "Le donne non mi vogliono"! Con quella consapevolezza, ho iniziato a notare che ero proprio io ad attaccarmi a donne non interessate a me, e ad allontanare (o ignorare) quelle invece disponibili.
    Ancora una volta, la "profezia" (inconscia) faceva in modo di autoavverarsi!
  • Se io desidero essere ricco, ma ho spesso difficoltà economiche, forse vuol dire che ho delle convinzioni contro il denaro (ad esempio, "I soldi sono sporchi", "I ricchi sono malvagi", "Meglio essere povero ma onesto"... sono convinzioni molto diffuse).
    Chi crede che "Il denaro è la fonte di tutti i mali" (altro classico), opporrà grosse resistenze verso i soldi.
  • Chi rimane - o ricade - in situazioni negative o frustranti (partner inadeguati, lavori sgradevoli, maltrattamenti...) è possibile che abbia un livello scarso di autostima. Anche se trova giustificazioni, il permanere in tali situazioni spesso indica la convinzione di non meritare di meglio.
Ovviamente ci possono essere molteplici motivi dietro alle nostre azioni o agli avvenimenti, ma le convinzioni giocano spesso un ruolo primario, da non sottovalutare.

Ci vuole una certa attitudine da investigatore per scovare le nostre convinzioni profonde, ma se ci proviamo, scopriremo sicuramente qualche sorpresa. Tenete conto che siamo tutti alquanto ignoti a noi stessi, e che la conoscenza è sempre fonte di potere. :-)

"Che pensiate di riuscirci o di non riuscirci,
avrete comunque ragione."

(Henry Ford)


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